Ventiquattro Gennaio duemilasedici – Tanjore (Tamil Nadu/India)

Dopo quasi mille chilometri di strada circumnavigando il sud dell’ india ci ritroviamo a Tanjore, città antichissima, anima del Tamil Nadu, una delle regioni piu povere, impervie pregne di magia dell’India del sud. Quello che sta al centro di ogni momento della giornata è il contrasto, ovvero l’amore e l’odio profondo che si prova per questo paese quando ci si è dentro fino al collo. Per le strade di Tanjore come in tutte le citta visitate fin ora regna un caos senza tregua ne pace. In equilibrio, come fossero tutte le stagioni del cuore in un solo cielo. Cammino e sorrido, perche è vero che in india è impossibile sentirsi soli, ma è anche vero che a viaggiatori campagnoli come noi, dopo un po va a finire che si cerca sempre quel lusso chiamato pace, ovvero un posto per pensare, o perlomeno per far riposare le orecchie dai claxon senza interruzione! Le strade delle ore 8.00 alle 23 sono un fiume in piena di rumori di gente che vuol passare da tutte le parti e poi sporcizia, colori, vacche, capre, cani, ambulanti, motorini, api piaggio polverose e sgangherati autobus e gente che va e non arriva mai, sorrido ancora perche in quest’ondata di orientalismo new age nostrano dove tutto cio che viene da est è santo e tutto cio che abbiamo in casa è merda, si arriva persino a rivalutare il benedetto traffico europeo, lo stress e il silenzio fatto di ipod nei tram. Sei in strada con il tuo zaino ed è un attimo. Sei un extraterrestre, sei bianco di pelle e tutti ti osservano come fossi un animale strano ma bello, sorpresi di vederti li, muoverti tra loro, mangiare nei loro posti, passeggiare senza tempo a piedi, senza guida, senza una direzione che non sia quella di una mappa comprata da un poveraccio a venti centesimi con tutta la serenità di non trovare quello che si sta cercando, eh gia, perche non ci sono viaggiatori zaino in spalla in questa parte dell’India, si fermano tutti sulle coste a fare i misticoni, scalzi per le strade, trasandati ma poi sempre a caccia delle stesse cose: ganja e sballo, ma qui la storia cambia, non è un rifugio per turisti che giocano a fare yoga e imparare in un ora pratiche yogi per le quali servirebbero anni, qui non ci sono ostelli, non ci sono ristoranti che non siano indiani, non ci sono bar ne locali e tantomeno gli alcolici che sono quasi introvabili, non ci sono le multinazionali con i loro negozi e le loro pubblicità internazionali, tutto è chiuso in un mondo di baracche e baracchette unte gocciolanti miseria e chi cerca un appiglio, un rimando a un luogo familiare spreca tempo e astrazioni, basta pensare che la stessa coca cola è introvabile nei chioski, non che ne sia un bevitore abituale, ma il brutto piacere di qualche bollicina zuccherata dal sapore di “casa” (visto che la pasta non è certo in nessun ristorante sanscrito) a spezzare il continum di spezie, lassi e acqua in bottiglia ogni tanto sarebbe molto apprezzato. In compenso ci sono ghirlande di fiori profumatissimi a ogni finto marciapiede. Cammini, magari ti fermi un istante e sei fosforescente, l’invadenza qui è un riflesso incondizionato che si riversa in ogni momento che vivi, tutti devono dire la loro, simpaticamente o no hai sempre come l’impressione di essere continuamente giudicato e questo vale per tutto, sorrisi, domande, saluti, mentre mangi o ti riinfili una ciabatta, la gente passando quasi ti tocca per provare che sei vero, i ragazzini con le loro divise marrroni e rosse, ridono, scappano, si rincorrono e poi tornano e ti stanno intorno con quel poco inglese che stanno imparando a scuola, ma in generale, soprattutto per loro, sei una visione, di cosa non si sa, ma sei qualcosa di profondamente misterioso, ma la questione interessante è che probabilmente tutte queste persone, grandi e non, non sapranno mai che anche noi, viaggiatori leggeri, abitanti di questa terra, abbiamo gli stessi dubbi, la stessa piacevole confusione che ci porta a salutarsi e stringersi la mano anche se il senso di tutto questo non appare ovvio e resta in profondità. I bambini piu piccoli quelli di non piu di tre anni che non parlano e comunicano cosi, solo osservandoti, sfioradoti, cercando curiosi un contatto senza pregiudizi ne morali mi paiono i soli che riescono a centrare il nocciolo della questione. In silenzio. Senza parole. Quasi tutto avvenisse con una specie di fiuto che non viene da qui ma da forse molto piu lontano di quanto possiamo ricordare.

Contrasti. In un tempio puoi deturpare con il tuo nome i muri millenari, sputare per terra in ogni dove, defecare, ruttare in faccia a qualcuno, urlare per chiamare un amico lontano, buttare la tua spazzatura ovunque tu voglia (tanto non ci sono cestini): Ma non ti azzardare mai e dico mai a entrare in un tempio con le ciabatte anche se non c’è scritto da nessuna parte di toglierle e tu non hai varcato neanche l’entrata! Quello è un vero sacrilegio! Magari il tempio casca a pezzi e sprofonda nella merda e nessuno da l’esempio o fa qualcosa per ripulirlo, ma tu ci devi andare a piedi scalzi in mezzo all’impiastriccio di ogni tipo di liquame solidificato. Il mio personalissimo e ignorantissimo appunto è che, ok che da sempre è consuetudine levarsi le proprie scarpe o ciabatte poiche considerate impure al cospetto della storia eccetera, ma è anche vero che il mondo va avanti e son passati millenni e i problemi “d’impurità” che aveva la terra qualche millennio fa non sono gli stessi di oggi, quindi tieniti quella maledetta carta in tasca prima di buttarla, vieta il deturpamento dei templi, tieni tutto pulito e degno dei tuoi piedi puri il suolo sacro su cui cammini e restaura, riscopri la bellezza che ha fatto grande nel mondo questa grande saggezza di cui siete i custodi e cosi entriamo tutti felicemente senza ciabatte, scarpe o calzini “impuri”!

Tutto in questo continuo e lunghissimo presente continua girando, da europeo, mi pare limitante il fatto che la consapevolezza di queste persone cosi per certi versi chiuse e completamente spalancate a chi arrivi a trovarle non trovi il modo per attualizzare i loro costumi per il bene e la vita di questa terra che ha bisogno di invertire drasticamente rotta se non vuole sprofondare nel suo stesso paradosso.

Fianco a tutto ciò, la gente chiede una foto con te, manco fossi qualcuno “con un nome”… È strano come tanta gente spenda una vita a farsene uno e subito dopo che, per un attimo, provi quella sensazione vuoi subito scacciarla come una zanzara fastidiosa. Mi fa ridere chi dice di venirsi a perdere in India, sostanzialmente perche per tutta la strada che ho percorso fin ora, è praticamente impossibile passare inosservati, persino comprandosi i vestiti del posto e non parlando in pubblico si viene subito riconosciuti come estranei, con i soliti contrasti piacevoli/odiosi. Una cosa certa è che ho capito cosa significa armonia. Da sempre ho pensato a un concetto, una strada che conduceva a qualcosa di perpetuamente tranquillo e pacifico. Non è cosi. In questo tipo di india, l’armonia sta negl’opposti dove ogni sensazione non prevarica mai l’altra e la gente va avanti cosi, con il passato che abbraccia il futuro di fianco. È il presente che regola la verità di ognuno nei suoi molteplici aspetti, il resto come: la conoscenza, l’intelletto, gli studi hanno poco valore qui, la religione avvolge la vita di tutti i giorni, i templi sono pieni a tutte le ore dell’anno, in ogni giorno della settimana e questo è un fatto: da noi le nostre chiese sono vuote, la gente passa il tempo strangolata dai mutui, girando in macchina ad aria condizionata sparata, separata dal mondo sempre piu sola divisa, senza piu vento in faccia, per ore e ore a caccia di un posto per la propria auto sperando nessuno gliela graffi, sensibile a ogni incongruenza esterna come qualcuno che gli sfanala provocandogli rabbia e bestemmie, la domenica poi si precipita in religioso silenzio al piu grande centro commerciale distante anche quaranta, cinquanta chilometri per poi tornare sfinito a casa, carico di cose inutili prima di sprofondare nel silenzioso zapping di un sacrosanto divano. E allora che cosa è vita? Dove sta l’equilibrio in questi mondi figli della stessa terra?

Ci sono giorni qui in India in cui vorresti solamente ossarevare la vita che passa da un lato, come dal bordo di un fiume in tranquillità e invece ci sei costantemente in mezzo, quasi affogato dal traffico di ogni occhiata che ti prende e sprofonda in parole non dette che seminano sensazioni senza traduzioni. Quante balle ci raccontiamo per trovare noi stessi, sapendo che la risposta piu profonda non ha passi da compiere.

Le poche facce occidentali che vediamo le osserviamo scrutarci dall’alto, nascoste dietro lucidissimi suv bianchi con finestrini antiproiettile, appollaiati li con le loro macchine fotografiche in braccio come fossero fucili a caccia di trofei di cui vantarsi, i loro capelli bianchi, le loro rughe in fuga da chissa quale vita o lavoro frustrante in cui cercano una qualche silenziosa redenzione sono quasi commoventi, questi “turisti” paiono non scendere mai, ma non c’è lezione che non implichi il mischiarsi, lo sporcarsi, il sudarsi, il vivere l’imprevisto, e in effetti se ci penso devo ancora vederne uno camminare. A volte penso che forse siamo noi i pazzi a non pensare quasi mai a quello che ci aspetta e subito dopo penso che ci siamo persi qualcosa.

il cibo? I pasti sono strabilianti, se non ti piace la cucina indiana e non hai almeno un po’ di sopportazione per mangiare senza posate, livelli d’igene da rogo, ristoranti baracca al limite del calcinaccio e piccante senza limite sei letteralmente fottuto, le alternative? Ovviamente nessuna. Tutti i ristoranti sono indiani e non c’è turismo a far si che qualche indiano apra qualcosa di diverso. In compenso se ami tutto cio con un sapore cosi intenso da infuocarti il palato di sapori sconosciuti e non hai pregiudizio verso il buon cuore e lo sporco di chi prepara le pietanze: Benvenuto in paradiso, indiano certo, ma quasi gratis! Un dignitoso pasto hindu in media lo paghi 3 euro. Il pieno di benzina 6 euro. Autobus pubblici e tuk tuk meno di un euro. La vita costa poco, ma in città è lentamente frenetica per godere dei prezzi, la cosa bella è che non ci sono veri e propri uffici dove la gente si reca a lavoro, non ci sono palazzi ne grattaceli, persino in citta di centinaia di abitanti la gente si muove, ma in poco spazio, il problema è che ci sono villaggi ovunque e tutto cio che dopo un po ci si aspetta sia disabitato ti accorgi che non lo è mai. Io non so le statistiche ma secondo me, per rapporto di grandezza gli indiani in india sono molti di piu dei cinesi in Cina! E la Cina per esperienza diretta l’ho tagliata tutta in treno arrivando da Mosca con la Transmomgolica a Pechino e da li fino a Shanghai in Autobus poi. Un deserto dopo un altro deserto di giorni, qui invece fai tre, quattro, cinque ore di moto senza fermarti e c è sempre qualcuno in viaggio, non perso, ma sempre in lento cammino.

A Tanjore si trova di tutto, a volte, anzi spesso salta la luce in mezza citta e allora la gente si è comprata generatori a gasolio che appena succede, Bam! Riparte la luce. È strano come a volte stai mangiando e ti ritrovi completamente al buio per qualche minuto, non so, ma in quei momenti sento piu forte la fragilita del combustibile che regola i nostri confort, sento l’immane sforzo di centinaia di migliaia di chilometri di foresta sepolta milioni e milioni di anni fa diventati oggi fuoco, energia sprezzante per i nostro vizi, le nostre cattive abitudini senza parsimonia ne lungimiranza, e allora ringrazio, ringrazio tutte le sante fortune di casa che ancora non mi mancano, ma che osservo con goduria e che contemplo per un infinito attimo da lontano, grato. In pace. Finche non torna la luce. Ogni angolo di oggetto su cui poso attenzione è consumato, usato, olioso, meravigliosamente antigenico e mentre scrivo vorrei darvi quest odore di cardamomo e sandalo e spiegarvi le sensazioni che mi grondano nei pensieri mentre vi parlo di questi incidenti che gli occhi lucidi chiamano emozioni o realtà. In India non ci si abitua mai alla delusione e nemmeno alla piu appagante e banale delle felicità come quella scalcinante di un momento di moto e giusta playlist nell’orecchi al largo dell’asfalto di una strada mai fatta a fondo, dove tutto il necessario alla tua felicita entra in uno zaino, in una persona dietro di te che quando accelleri ti stringe la vita avvicinandola alla sua. Questa è la mia magia. Quello che sento, quello che non cerco di capire ma che per natura m’ispira ad amare questa vita come fosse l’ultima.

Qui a tanjore, senza cercarlo, ho poi ho trovato un piccolo supermercato, l’unico credo della citta, perche per il resto son tutte bancherelle a due ruote con gente che cucina e e vende polpette, frutta e ogni genere di fritto, ebbene nel supermercato ho trovato (anche loro polverosi) alcuni degli stessi brand internazionali che qui costano 10/15 volte meno che in Italia.. e allora mi chiedo qual è il reale valore delle cose che ci portiamo a casa dai supermercati in quest’era considerata “moderna”? Siamo cosi abituati a fidarci delle pubblicità che per pigrizia non sappiamo piu cercare la nostra verità, penso ad esempio a “Tachiflu” due palle con quelli spot! E tutta la gente in farmacia! Ora io dico ma se ti viene il mal di testa ci sara un motivo? Tu puoi anche spegnere il sintomo ogni volta che si accende, ma la causa? Il tuo corpo ti parla e tu ascolti la tv e gli spot di chi ha un budget superiore a tante microscopiche realtà per poter emergere. Esci cazzo, respira, infila in un bosco, alleggerisci la mente, chiudi gli occhi, osserva un fiore, sentiti come lui, sdraiati senza pensare di sporcarti, agl insetti, all’impegno che hai alle 16, goditi la natura oggi e vaffanculo al Tachiflu. Forse aveva ragione il metodo gandhiano: combattere questa ipocrisia con il boicottaggio è l’unica via per migliorare il mondo senza sporcarlo di altro sangue, le piccole e quotidiane scelte di tutti i giorni, dai prodotti per il proprio corpo, passando per quelli della propria casa fino ad arrivare a quella della propria banca e della propria immagine nello specchio cambiano il mondo e invece la gente, quelli che hanno superato i problemi di fame e di sete, si sente impotente e infelice.

In compenso a tutto ciò le autostrade sono deserte e meravigliosamente avvincenti per quello che ci si trova lungo il percorso, un paio di giorni fa c’era addirittura uno che camminava con degli stracci con al guinzaglio un elefante. Pazzesco. Un altro un branco di capre invadevano a pascolo le due carreggiate e lo stesso giorno alcune vacche riposavano in mezzo all’autostrada con l’aria annoiata e noi spensierati che dovevamo decellerare all’ultimo per non prenderle in pieno, cosi, senza un cartello poi si trovano incroci, svincoli, transenne. Sempre in autostrada poi le moto, motorini, biciclette e tuk tuk non pagano il pedaggio, e sempre in autostrada puo entrare qualsiasi persona od oggetto da zero a cento ruote, a volte ci sono buche che paiono voragini e alcuni tratti invece sono appena rifatti e filano via dritti che è un piacere tagliarle con le nostre scie di vento, di tanto in tanto poi ci sono baracche che vendono cocco e ciafrusaglie fritte in fornelloni di olio di palma rigorosamente alimentati da bomboloni di gas senza alcuna protezione, e poi famiglie in cammino, studenti universitari, camion che trasportano terra e impossibili carichi di fieno, uova, bottiglie, cavi, tutto un po cosi: “legato-alla-si-vedrà-se-regge.”

Ogni tanto si incontrano processioni di bambini (in autostrada?) a seguito di un carro con musica e tamburi, l’aria vicino le citta profuma di plastica bruciata e afa appiccicosa, Guidi e ti annerisci. Parti con una camicia bianca la mattina e arrivi la sera grigio, con le mani nere come ti fossi rotolato in un camino pieno di cenere o avessi appena smontato la catena oliosa della motcicletta. Continui con la moto e ti ritrovi ginocchi e mani ustionati dal sole a picco ma tanti ti salutano e non ci fai caso, qualcuno mentre l’autostrada t’ipnotizza in una delle sue diritte interminabili ti si affianca a cento km/h e comincia una conversazione su chi sei, da dove vieni, dove stai andando, chi è lui, se ti serve qualcosa, che cosa fa lui, dove sta andando e cosi via. Paradossale. La polizia non si vede mai, ma si ha sempre come la sensazione di essere osservati, anche perche altri stranieri non se ne vedono proprio. I falchi volano alti sopra le rondini, i piccioni invece li vedi nei dintorni delle citta specie nei templi e poi i corvi, quelli sono ovunque, scultorei e sempre in ricognizione dall’alto del loro piumaggio color fuliggine metallizzata restano con te come un ombra, un avvertimento premonitore. Ma forse è solo suggestione e buon auspicio.

Prima di partire come ogni altro viaggio non mi sono mai posto aspettative ma qui diverse cose mi hanno stupito: una sono gli orti. Gli orti che non ci sono o che non si vedono, niente sembra essere coltivato (tranne il riso) come se la gente prendesse la vita cosi, senza troppa fatica a coltivare qualcosa aspettandosi dei risultati, questi indiani, i Tamil, paiono completamente affidati a quello che la terra stagionalmente gli regala con i pro e i suoi contro. Un altra curiosità è il Buddha. Chi non è rimasto affascinato dalla storia di questo quasi trentenne che scappa dalla sua reggia per sfuggire al destino di tutti noi comuni mortali di nascere e morire? Ebbene, in questa parte di india pare non aver lasciato traccia, sono milioni le statue, i tempietti, i canti, le manifestazioni erette in favore delle mille manifestazioni di Ganesh, Shiva, Visnu (solo per citare alcuni dei piu conosciuti) eppure del Gutama Buddha, indiano anche lui, pochissime tracce. Sembra un po’ la storia del Che in Argentina: quasi ignorato nel suo paese natale e simbolo invece della rivoluzione e della lotta all’oppressione in tutto il mondo. Cosi la storia sembra ripetersi anche qui. Vorrei concentrarmi, continuare a scendere dentro di me e invece tante distrazioni lampeggianti come a un luna park salgono e scendono dalle giostre in cui si svagano i pensieri, come ad esempio lo sgangheramento di questi autobus zombi dai fumi neri, tutti rattoppati, senza porte ne finestrini, sporchi di ogni tipo di terra, fangosi, carichi di visi neri e occhi gialli che si muovono su di me in fila, fissi e seduti a fissarmi in queste manovre dal motore morto eppure ancora in movimento, rauco, borbottante, anche lui in fin di vita.. E tutto scorre in una nuvola a metà tra cartacce, buste di plastica ed escrementi di vacca che si schivano come in un labirinto cittadino dal percorso a ostacoli. Il cielo è limpido, poi nuvoloso, poi lo smog forma una pioggia che riapre il cielo e lo tiene cosi, fino al tramonto che lo strugge sopra le pietr incandescenti delle cinte murarie della città.

Quello che mi pare universale qui, fuori nel mondo, (semmai possa esser d’aiuto a qualcuno) è che il miglior modo di capire un paese è strettamente sentimentale, intuitivo e misterioso, ogni spiegazione che chiude il cerchio di un concetto che si pensa di aver trovato è comunque il totale di un punto di vista parziale, limitato dalla prospettiva con cui personalmente si muove e si posa lo sguardo, l’intuito invece è libero e incognito, accomuna, unisce senza frasi, sganciato dalla morale e dalle maschere di noi fidanzati, noi amici, noi figli, noi colleghi, noi nipoti, noi a 15 anni, noi a 27, noi ora che portiamo sulla scena del mondo la nostra rappresentazione e allora se c’è un coltellino svizzero pronto all’uso della comprensione di un barlume di verità, quella deve essere l’intuito poiche senza di esso saremmo corpi in tour come quei gruppi di organizzati che nenache toccano il suolo da dove estirpano fotografie che dimenticheranno nei loro computer una volta arrivati a casa, senz’anima, senza tatto, senza alcuna lezione. E poi che cos’è un viaggio in uno, massimo due persone che ami senza il piacere di tre, dieci libri che raccontano i luoghi, le storie sulle quali ti stai muovendo? Un libro, se scelto bene, è meglio di un amico, non chiede nulla ed è sempre a tua disposizione, sta zitto e ti parla quando ne hai bisogno. A parer mio gia cosi si è gia un discreto gruppetto di anime in viaggio pronte a partire, si fa meno rumore, meno foto e magari si torna a casa con qualche prospettiva di sguardo in piu, senza barriere, senza confini, alienati si, ma mai soli, sempre pionieri sullo stesso filo d’impermanenza che lega una vertigine al proprio contrasto.

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