Rustan il ceceno.
24 Gennaio 2013

Non so che pensare. Non riesco a pensare. Con i miei zaini sulle spalle osservo la strada ricoperta di neve: voglio consumare questa parola fino a renderla reale, reale e gelida come é sui mie guanti, sul mio viso scoperto di abiti o sciarpe; non so dove girararmi, non ho una sola direzione in cui guardare con un po’ di fiducia. É ancora notte quando da voi é ancora l’alba e qui é vero gelo! La Yumi entra nel kiosko cercando di farsi capire, é carica, é stremata, dobbiamo trovare un albergo, un consolato, un trasporto, qui fuori il gelo ghiaccia i pensieri, niente puo essere immaginato, niente é lucido, solo brividi balbettanti parole e paure sono reali, ora, la strada luccica di neve al mattino, i lampioni sono sconsolati, lasciati soli, senza vita. D’un tratto arriva un taxi con un passeggero alquanto strambo: alto, moro, sulla trentina, sorriso furbo e capello a caschetto simil regime. Si fermano davanti al kiosko, lui é un ceceno con una risata iridescente, quasi beffarda, a presa di culo, non mi fido di lui quando ci suggerisce di seguirlo nel taxi, per dove? Valuto le alternative: vagare nel buio di una strada che porta chissaddove? Restar fuori a -25 gradi sotto zero? Per quanto tempo? Camminare? In quale direzione? Verso dove? Per quante forse ore?

Montiamo sul taxi senza fiducia, sconfitti, arresi ma attenti, svegli su ciò che succede, intanto un po’ di calore dall’aria condizionata rinvigorisce i nostri ragionamenti. Sento il sangue circolare, la vita bussare, mi sento vivo, aggrappato ai miei 18 chili e più di zaino. Il tizio ceceno siede davanti, a fianco del tassista, parla e riparla e ride con lui e con noi in chissà quale lingua, ci chiede cose, ci mima parole incomprensibili, poi dopo circa 20 minuti di strada imbalsamata fa fermare il taxi in un secondo chiosco appena aperto. É difficile immaginare per voi una città come questa, un villaggio spettrale privo di qualsiasi insegna o persona accesa, senza chiese o semafori, senza scuole, completamente ricoperta di muri di neve, quasi trasparente: neanche fantasma, immersa in un sonno senza risveglio. Rustan, questo il suo nome, scende di fretta dal taxi, ci chiede se abbiamo fame, ha un sorriso furbo, noi rimaniamo dentro, inermi, senza aspettative, quasi curiosi nel sapere con cosa tornerà, la notte é stata così densa, secca e veloce che non comprendiamo ancora ciò che minuto dopo minuto accade. Lo viviamo semplicemente. Siamo in tuttuno con la nostra sopravvivenza. Torna con 6 birre russe. Sono ormai le 6 e 30 del mattino e il taxi riparte verso lo pseudo centro di Biala Podlaska.

Passano ancora venti minuti e ci ritroviamo nell’ennesimo nulla, o meglio. Immaginate una distesa di neve, un circondario di case popolari sparse in lontanaza, incroci di strade imbiancante che ne formano nessuna, una stazione di servizio, un Mc Donalds che sta aprendo. Che cazzo ci facciamo qui? Rustan prende le birre, scherza con il tassista, lo paga e scendiamo tutti insieme, noi con gli zaini lui con le birre. Dove cazzo stiamo andando? Il taxi se ne va, nevica ancora senza tregua, entriamo dentro a quest’unico Mc Donalds aperto per tenerci caldi, forse hanno internet, possiamo trovare un treno, un autobus per arrivare in russia, forse qui c é un consolato bielorusso dove poter fare un visto e uscire finalmente da questo maledetto inferno! Entriamo. Rustan é visibilmente a suo agio mentre tutti lo scansano, é un ragazzo prestante, é un pugile in fuga dall’esercito, ci dice (per quel poco che possiamo capire) di odiare i russi e allo stesso modo di amare gente come noi, ci crede musulmani: la mia barba! Gli spiego la mia fede, ma la novitá non lo tocca più di tanto, si sente bene a condividere con qualcuno la sua felice e disgraziata disperazione. Ogni persona nel mentre che passa lo emargina, non parla russo, non parla polacco, non parla inglese ma solo ceceno eppure resiste, affoga i suoi problemi nell’alcool e boxa tutto il giorno, se vede dei russi ha con se una pistola e non manca di sventolarla in giro, così dice, io non l ho vista, non sembra offensivo, ma molto curioso, come volesse sentire la vicinanza di qualcuno che non sa niente di lui, di chi é o cosa ha fatto.

Non ho mai paura quando il mio cuore é sincero. Gli regalo una cartolina della nostra toscana dicendogli che semmai un giorno ne avesse bisogno da quelle parti ha un amico. Lui é troppo su di giri. Mi chiama Brot! Mi porta fuori. Bevo con lui. Cerco di stargli dietro nonostante la mattina, il viaggio e tutto il resto. Yumi improvvisa un collegamento internet per trovare una qualsiasi soluzione a questa incomprensibile giornata appena iniziata. Ogni poco qualche commessa scappa fuori l’entrata del Mc dicendoci che non possiamo bere li fuori: Loro sempre più nervose, noi sempre più teneri. Teneri nel modo in cui ci si sente vicini senza un linguaggio in comune. Raro e Stupendo. Due persone nel cuore di una bufera polacca che bevono birra al mattino e non si comprendono logicamente, fitti di brividi e dialetti dello spirito in comune, distanti contesti, famiglie e vissuti eppure li, insieme sotto la stessa tempesta a ridere e ridere e “parlottare” incomprensibili, ognuno vicino ai mancati problemi dell’altro.

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