On the boat: Baia di Halong!

Una nebbia si spande nell’orizzonte avvolgendo i km di risaie e panorami pianeggianti, da Hanoi ci vogliono quasi 4 ore di autobus per arrivare alla magia perduta di questi 1986 isolotti di vegetazione inespugnabile immersa nel mare, salpiamo dal porto in tredici con una battello a gasolio provvisto di tutto, cabine “spaziose”, un lungo tavolo per le cene, canne da pesca, un pontile senza ostacoli per gli occhi. Leviamo l’ancora. L’acqua è calma e non ci sono onde, solo le rifrazioni smeraldo di un cielo coperto e il panorama che poco a poco compone il suo puzzle da cartolina. Un giorno senza sole, 26 gradi e nessuna onda a rovinare lo stare per mare.

Il turismo si è preso gran parte della magia in questo posto, quello che rimane sono i lunghi rotoli d’immaginazione che arrancano nello sferraglio sicuro del motore in avanzamento verso questi goccioloni di roccia piantati nell’acqua: immaginate una laguna senza collegamenti alla terra ferma. Distante. Estesa. Un arcipelago dove non si può scendere ma solo ammirare, goderne la solitudine. Un navigare dove le uniche scogliere sono a picco, verticali, ora circolari, ora più complesse ed estese ma sempre inaccessibili e fitti di nidi di chissa quale uccello. Solo qualche avamposto di pescatori e di noleggio per kayak. Dopo un sostanzioso pranzo a buffet come fossimo una ciurma di sconosciuti in vacanza arriviamo a questo isolotto di grotte carsiche, scendiamo per la prima volta e cominciamo la lunga scalinata che vi porta all interno. Una mandria di turisti cinesi impoverisce l’atmosfera d’improvviso, il paesaggio è ora stravolto, svuotato, senza più niente da raccontare sennon la bellezza oggettiva della natura stessa che rimane li a osservare. Queste ore sono usurpate dallo sciame di centinaia di fotografie frettolose, vuote, senza una sola faccia di ciò che stanno calpestando. Le grotte sono interessanti ma senza mistero, un labirinto di ombre e souvenir in fila protese al gran boccone della posa migliore.

Poco prima della sera salpiamo gettando l’ancora tra due isolotti riparati, le correnti ci spostano lentamente facendo ondeggiare il panorama dalle finestre della nostra cabina in un tramonto senza voce, privo di luce, bitumato e meraviglioso. Dalla nostra finestra siamo circondati dalle punteggiature di un mare dalle montagne di scoglio: si ha la rarefazione dell’ osservare lontano che mischia al sale monsonico che spiffera ovunque, la bellezza rimane a mezz’aria, velata dalla seta della brezzolina che l’avvolge. Ascolto Pat Garret and Billy the Kid. Il pensiero vola fino alle luci di un altra barca che lo riportano a terra, a pelo d’acqua in un sonno intenso, occhi aperti ora chiusi ma sempre in balia di una pace galleggiante, senza intenzione. Non è questa la notte per essere profondi: è la notte di ami e calamari: canne da pesca a bambù. In realtà peschiamo poco o niente, e quello che tiriamo fuori lo ributtiamo in mare per non rovinare il nostro Karma. I giorni sono sereni, spensierati come è navigare così da queste parti, in certe circostanze: ci vogliono sedimenti prima che la sabbia fuoriesca in spiaggia, così questi giorni! Un po di riposo senza troppi motivi, abbandonati, tiratori di fiato, sognatori dei km finora raggiunti, con la corrente a prua, padrona di uno stallo che gira attorno a un ancora dai soffritti di quiete.

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