Mosca la città di cristallo.
25-29 gennaio 2013.

Si da poca importanza a questa città. Forse perché non si arriva mai a toccarla realmente, ok le difficoltà linguistiche, ma noi siamo sempre più pigri, facciamo sempre più fatica quando ci scolleghiamo.. Così abituati ai motori di ricerca che abbiamo perso di vista i nostri motori, i carburanti curiosi della scoperta diretta. Clic! Clic! Questo é il rumore della nostra ricerca nel 2013, eccezionale ma le mani? i piedi? i ginocchi sbucciati? La creatività é sempre più sonnambula. Abbiamo pian piano abbandonato la capacità di essere pericolosi, fecondi all’imprevisto e la velocità non tiene mai il passo della comprensione di un qui e ora, cercare e trovare, qui, adesso: è puramente un fatto di lentezza, esperienza e propensione. Mosca va conquistata e corteggiata senza dar conto all’apparenza, senza fretta, l’aspetto é freddo ma il cuore di questa gente é caldo e croccante quando sei spalancato nel capire come funziona. Se poi come noi, ci arrivi d’inverno, da una stazione ferroviaria qualunque, l’impressione é quella di un immensa laguna di cemento alla panna, i palazzi sono sporchi di gelo e dita di smog, le finestre sono perfettamente orientate, niente é fuori luogo; l’ordine vige. Le persone in giro sono poi quasi tutte di fretta, abbandonate, apparentemente inconsistenti. Saranno poi le metropolitane, i centri commerciali (intesi come brulichio di giovani del posto) i luoghi chiusi, a riservare per voi le migliori sorprese, basta solo lasciarsi andare. Le periferie poco prima di arrivare sono sormontate di una fragile neve a caduta, le orme sono ormai rivestite di altro soffice nevischio a parvenza immacolata, gli angoli dei tetti hanno nei loro spioventi profondi aghi di acqua ghiacciata, i grattacieli sono imperiose vette di pietra serena, inghirlandati di statue, targhe e ricami al granito inneggianti alla grande madre patria che fu! Il grigiore della città a mezzogiorno é quanto di più chiaro un sforzo di pixel possa intendere: l idea non é resa, niente é in vetro in queste strutture, come potrebbe?

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La fragilità non é contemplata nell’immaginario di questa nazione, nessun carattere affusolato, tutti i building hanno un aria pesante, solida, imperiosa, congelata, perfettamente a loro agio con l’ambiente privo di vicoli e ripieno di grandi, immense piazze commemorative. I semafori praticamente non esistono e le strade del centro hanno almeno 4 carreggiate per senso di marcia, più sotto, una fitta rete di sottopassi rende il passeggio un po’ meno problematico viste le basse temperature. Il cirillico non lascia mai spazio all’Inglese, nemmeno nelle più banali informazioni per il turista! Anche i grandi Brand, le multinazionali hanno dovuto cambiare i loro nomi in Russo per conquistarsi l’ennesima (s)facciata su ogni quartiere: la Russia ha venduto il suo sogno in avaria e nessuno ha speso una sola parola su come é successo, su questo esperimento inumano, sui rottami globali di una “strana” caduta.

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Ogni viaggiatore che viaggia senza tour deve necessariamente affidarsi al buon cuore di questa gente. É un fatto. Noi abbiamo passato un intera giornata cercando il nostro ostello e alla fine quasi per disperazione abbiamo fermato chiunque. È qui che l italiano da il meglio di se, la nostra teatralità lunga secoli d’invenzioni ci ha donato un infinita spontaneità, gesticolazioni e facce che dicono tutto: é strano e rassicurante come per storia o per caso riusciamo quasi sempre ad arrivare laddove la nostra parola si ferma. I Russi, apprezzano silenziosi questa nostra qualità di adattamento, il loro cuore a differenza della corteccia é sensibile al tuffo, e la bellezza di chi tenta di capire e calarsi non passa mai inosservata da queste parti. Provare per credere!

Chiunque qui ha ben chiare le nostre difficoltà e tutti a loro modo, in un freddo dannato, si danno un gran da fare per indicarci una direzione, qualcuno con un semplice dito puntato, altri con internet sul cellulare, altri addirittura chiamando dal loro telefono il nostro ostello per esser sicuri d’indicarci la via esatta. Sorprendenti. Le metropolitane sono sfarzose, veri Uffizi sotterranei dai lampadari illampionati di blasone e mosaici pesanti: per chi le usa, qui si respira tutto il tessuto sociale e storico della città, immaginate una continua galleria marmorea ricolma di statue, effigi, mosaici e persone di ogni tipo, ovviamente rigorosamente Russi. Il biglietto della metro costa 23 rubli, circa 50 centesimi di euro e con un solo biglietto puoi muoverti ovunque: dal centro fino alla più lontana periferia di Mosca: é sicuramente il miglior modo per spostarsi. Unico inconveniente, anche qui, tutti i cartelli sono scritti in cirillico, senza eccezioni, non c’è un Point Info, nessun addetto/soldato conosce l’inglese, nemmeno parole come “Ticket” o “City” sono familiari, meglio dire “Billet” e portare con se un piccolo dizionario. Impossibile trovare una mappa della cittá, forse la bassa staginoe? Persino in ostello nessuna informazione in bella o brutta vista su alcunché. Molte grondaie hanno poi un curioso sistema di resistenze all’interno, le quali, quando azionate si scaldano, sciolgono la neve e la fanno fluire in acqua sui marciapiedi, occhio quindi a camminarci sopra!

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Ascolto “The Fool on the Hill”. I giorni qui a Mosca sono abbondantemente sotto lo zero ma il sole stranamente risplende e la città indossa il suo mantello più raro, i monumenti hanno nuova luce senza il cielo richiuso d’inverno, nuovi paesaggi, nuovi ritratti per ogni occhio che vi si posa allungato. L’aria fredda e il fumo denso delle fabbriche in lontananza si mischiano ai raggi filtranti di un roseo tramonto, giri lo sguardo e quello che cola ovunque é lo sberluccichio della neve che come un diamante animato accoglie la sera in un prisma di pura maestosità in planata. Mandare una cartolina può essere problematico, per chi come me affida ancora i suoi pensieri ai passaggi lenti delle mani piuttosto che ai bit veloci di una mail sempre più convulsa e quanto meno tattile-reale. Se anche voi non state al passo con i tempi dovete aver la fortuna di una posta sotto l’ostello, oppure come per tutte le altre cose qui, imparavi la parola, anche solo il suono, armarvi di pazienza, sorrisi e andare.

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Non é la prima volta che viaggiamo così. La lontananza dall’Italia per un italiano in genere si fa sentire sempre e soprattutto nei sapori, é così anche per noi, é li che vive il riassunto della qualità di cielo-sole-acqua-terra-tradizione che condensa in cibo e che ci fa sentire vicino un luogo caro e distante, più di ogni foto! Per noi italiani é un appartenenza irresistibile, il nostro vanto, il nostro metro di misura: personalmente non ho ancora conosciuto nessun nostro viaggiatore che non sia partito senza qualcosina da mangiare o bere da casa. Ci viene naturale come nessun altra nazione, il nostro legame con la terra e i suoi derivati é innervato di sfumature del gusto che si dirama tra fantasia e cultura divenendo identità. É una nostra caratteristica. Sentire, toccare, sorseggiare la ricchezza in una semplice varietà d’ingredienti amalgamati in piacere immenso, goderne in ogni parte del mondo in un grosso boccone a occhi chiusi! Vorrei far capire, spiegare, ma le parole non arrivano dove il concetto prende il largo, proprio come una prosa che non puo tornar prosa o il pane che non torna farina non credo ci sia modo per altri di calarsi in quest’abito al di fuori dei nostri fortunati confini.

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Per molti siamo pittoreschi mangia pasta, qualcuno dice che siamo abituati male ma c é molto, molto di più. Un pasto é la comunione del vivere la vita, la sacralità non abita quasi nessuna delle chiese dove si prega (creano separazione!) vive invece ogni sera nelle tavole di migliaia di persone che si ritrovano uniti, i pasti scandiscono i giorni, i momenti memorabili, le più belle serate tra amici, parenti, lavoro, tutte le festività hanno in se cene e pranzi, e molti dei momenti felici nelle nostre fotografie sono legate a questi particolari contesti, é la mente a stagionarli nel tempo, a incoronarli sacri quando non ci facciamo caso, ed forse é propria questa celebrazione della bontà (parola magicamente ambigua) spontanea, che ci fa cucinare ogni giorno non solo per noi ma per chiunque voglia sedersi a tavola, questo é lo spirito dell’ostello, una grande famiglia dove non sai mai chi sederà a tavola va a braccetto con l’attitudine a condividere qualcosa che va oltre il semplice nutrirsi, che sia un piatto di pasta o un bicchiere di vodka, le nostre cene in questi giorni sono trampolini di lancio ad ogni conversazione in divenire.

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