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Nella vita di chi viaggia per scoprire, arriva sempre il momento in cui l’India ti squilla in tasca, la chiamata dove vuoi andar a fondo in te stesso piu che in ogni panorama che ti circonda, volevamo questo naufragio di leggende senza fronzoli per toccare l’altra faccia dei nostri confort, dei nostri ragionamenti occidentali, dei nostri problemi occidentali, per scoprire, di nuovo, un altro punto di vista, non migliore ma certamente diverso e piu antico. Volevamo percepire cosa si nasconde dietro a tutta questa moda spirituale che viene venduta nel mondo, volevamo toccare gli stereotipi con i nostri occhi e riportare a casa un po di preziosissima polvere di verità senza che nessuno la sciogliesse per noi in aspirine di pubblicità e tour omogenizzati di gente in tv che prima di ogni frase dice IO.

L’organizzazione si è concentrata quindi sui nostri libri in viaggio, gli sponsor e l’equipaggiamento zaino in spalla, di prenotato avevamo soltanto un aereo per Cochin, il resto lo abbiamo vissuto letteralmente in balia: del caso, dei passanti e dell’imprevisto. Per due mesi e gran parte del tempo, i nostri occhi sono stati cerchiati dal nero pneumatico dello smog Indiano, abbiamo girato il sud su una Royal Einfield del ’69 lasciando, sulla fiducia, in cambio della moto, uno dei passaporti al tizio che ce l’ha data, carichi come muli in salita siamo partiti con una borraccia a filtri d’argento per potabilizzare l’acqua lungo il percorso, mangiando con le mani, remando nei canali, ammalandosi, facendosi curare, senza ospedali, dall’unica dottoressa del villaggio: un ostetrica, lavandosi con acqua salata e fredda senza quasi mai avere intorno a noi ristoranti, luce, supermercati, discoteche, olio extravergine, gente in viaggio, cibo potabile, bar, ma solo e unicamente lunghe strade polverose di individui in panne, in un ambiente fitto di rumore, caos, polli, bambini, vecchi, vacche e carretti di ogni genere. Abbiamo visto gli elefanti attraversare l’autostrada senza che questo fosse eccezionale, abbiamo visto pappagalli pescare carte regalando oroscopi alle bambine vestite in sari, siamo entrati in un Ashram e siamo scappati, siamo entrati in un tempio a Tanjore e ci hanno quasi assaliti, siamo stati tamponati e siamo stati abbracciati teneramente, nella giungla abbiamo trovato la nostra Palma del Destino, (ma questa è una lunga e mistica storia.) Abbiamo trovato Auroville, un “Utopia” del futuro ai confini del vero, una comunità dove il pensiero diventa forma pura di culto. Ad Auroville persone in viaggio da tutto il globo, diventano residenti che si ritrovano a “pensare” in una gigantesca palla da golf, dorata, come uscita da Star Trek. Un giorno di gennaio abbiamo “Pensato” nella palla in trecento, in un silenzio immacolato, denso, concentrato, gambe incrociate: in questo villaggio in continua crescita, ogni religione, ogni telefono, foto e parola è proibita, persino la loro. – Contrasti dell’India – Per mesi l’inquinamento ci ha nascosto il cielo e le sue stelle, abbiamo vissuto senza silenzio ne ciabatte pur essendoci trentotto gradi all’ombra mentre la spazzatura bruciava ai lati di ogni marciapiede. Abbiamo fatto ascoltare “Cervo a primavera” a un indiano che ci remava via da Alleppy. Sfiniti, invece di tornare a casa, siamo fuggiti nell’isolotto di Bali dove l’India è ancora inedita ma non cosi invadente….

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