23 gennaio 2013
L’incubo Bielorussia.

Il bus viaggia tranquillo verso mosca. Nessun presentimento solo scossoni di buche e sedili improvvisamente scomodi dall improvviso sovraffollamento del procedere. La notte dentro al bus é quieta come nella migliore delle previsioni. Un sonno profondo il nostro, i film sono finiti, il silenzio del procedere lentamente verso il prossimo confine: La Bielorussia. Incuranti, ingenui nei confini del mondo, sognatori nel fatto di sentirsi cittadini del mondo con uno scopo, incoscienti della politica dei poteri, del gioco dei dittatori che qui, in quest’appezzamento di neve e nient altro fa morire di fame persone come noi, con i nostri stessi sogni e diritti alla dignità di vivere.

Quando entri in Bielorussia via terra senti l’ostilità nelle perquisizioni, non c’é incontro tra culture ma solo freddezza inculcata nei visi di chi soggiace al potere per soldi o per paura di ritorsioni verso la propria famiglia. Nessuno dice niente oltre ciò che é lecito dire. Si sa troppo poco dell’Europa e di quanto sia importante a livello umano, la si infanga troppo spesso di finanza e carte, ma mai come oggi mi sono sentito Europeo, fiero e protetto nei miei diritti di semplice essere umano, globalizzato nell’animo di sentirmi parte di tutto ciò che non voglio essere. L’europa é molto più che una moneta e una bandiera, é un evacuazione di idee, di scambio se usata consapevolmente! un fluire di culture per chi impiega coraggio, ingegno e virtù, un libero divincolarsi senza dogane ne prezzi, una scorciatoia che i nostri nonni sognavano a suo tempo e che noi abbiamo adesso, una benedizione per chi come noi decide di vivere il mondo dai propri piedi anzichè dalle ali d’un aereo. Certo va ripensata daccapo nella sua applicazione, nella sua non-velocita, nella sua forma, nelle sue diversità, nella sua economia fatta di soldi e non di persone/realtà, però abbiamo un punto di partenza: dei principi fondamentali per tutti. Qui non c’é niente di tutto questo. Qui sono letteralmente schiavi di un dittatore (Lukashenko) e fuori dal mondo. Molto molto peggio di Cuba. Ma tutto ciò non fa notizia vero?

Dalla Polonia passiamo il confine alle ore 2 e 30 per entrare in Bielorussia, circa mezzora dopo ci fanno scendere tutti dall’autobus per un controllo passaporti e bagagli, per noi doveva essere tutto tranquillo visto che non dovevamo scendere in suolo bielorusso, invece, con grande freddezza, i soldati tra la bufera e i -20 che impazzano fuori ci dicono che non possiamo attraversare il paese, una badante scesa anche lei per il controllo ci fa da interprete: non possiamo attraversare la Bielorussia perché non abbiamo il visto Bielorusso!!!?

Immediatamente il pensiero vola al consolato russo di Roma il quale non ci aveva spiegato questo piccolo dettaglio nonostante glielo avessimo espressamente chiesto! Avevano detto che non avevamo bisogno di un visto Bielorusso poiché il nostro era un biglietto diretto per mosca e non avremmo dovuto scendere in suolo bielorusso.. (Come in aereo: se devi muoverti da un punto all’altro del mondo senza scendere dal tuo posto non hai certo bisogno del visto di ogni luogo che attraversi, allo stesso modo su quattro ruote per noi il discorso fatto dal consolato non faceva una piega e neanche abbiamo pensato di metterlo in dubbio, ingenui!) I soldati ci fanno entrare dentro un capannone tutta la gente con noi nell’autobus. É notte, é freddo, freddissimo, il posto é spettrale, io ero assorto in un intenso e profondo sonno, d’un tratto dal niente mi ritrovo fuori, al gelo, scarpe slacciate, mezzo giubbotto sul pullman, mezzo addosso, i miei bagagli ovunque, il caos! Il flash del paesaggio di neve che ricopre l immensa struttura doganale fitta di soldati e lamiere e macchine scassate che cercano, con una pazienza disumana, di attraversare il confine.

I soldati senza alcuna espressione di umanità, mitra in mano, senza alcun orecchio per le nostre parole e senza alcuno sguardo sui nostri biglietti, ci invitano a prendere i nostri bagagli. Sono le 3 del mattino, nessuno parla inglese, fa un freddo cane, non ci sono luci oltre la dogana e nessuna città che ci ricordiamo è nelle vicinanze: ci ritroviamo letteralmente dal sogno del nostro viaggio al peggior incubo che potessimo immaginare. Altri due soldati ci scortano verso una fila interminabile di auto nella bufera, tutte in attesa di poter eseguire il controllo per uscire dalla Bielorussia, ci caricano in macchina del primo sconosciuto in direzione della vicina e appena passata Polonia, i minuti nell’auto sono interminabili, fuori dal mondo, non sappiamo che dire, tranne che tenerci il passaporto più stretto che possiamo, il tizio ovviamente non parla nessuna delle più elementari parole d inglese, ri-varchiamo il confine all’inverso dopo l’ennesimo controllo passaporti: “Pazzesco! Ci state buttando fuori e ci ricontrollate ancora una volta i passaporti?”

Ci ritroviamo così: nel nulla, in macchina con uno sconosciuto senz’anima, su una scassatissima Skoda station wagon verso la Polonia, senza una destinazione che sia una, in piena notte, con una delle bufere più incredibili degl’ultimi 50 anni, a pezzi per i 2 giorni di viaggio in bus e senza possibilità di comunicare o chiamare qualcuno, con fuori solo foreste innevate e una sola lunga strada davanti a noi.

La mente é vuota, come non avesse ancora compreso la velocità con cui la nostra situazione si é ribaltata, abbiamo perso il nostro unico e sicuro collegamento per Mosca in una terra dimenticata da Dio! Mai scoraggiarsi. Pensare! Pensare e ancora Pensare! Il sonno incurante prevale, mentre il tizio guida chiudiamo gli occhi per crederci, dopo circa mezzora di nulla oltre il confine Bielorusso rientriamo in Polonia, un film, il tizio, anche lui senza espressioni, umanità o altro di simile a una persona reale ci abbandona senza spiegazioni tra le baracche di legno in uno pseudo mercato all’aperto, ovviamente chiuso. In tutto ciò sono le 5 del mattino, un lumicino di un piccolo kiosko di un metro quadrato é acceso. C’é qualcuno dentro entriamo e proviamo a farci capire. Mezzora dopo molti gesti e poche parole in comune riusciamo a capire dove ci troviamo. Siamo a Biala Podlaska. Ex campo di concentramento.

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