Si parte di fretta. L’ultimo giorno a Mosca é quello dei preparativi. Compriamo un po di provviste per questi lunghi giorni di treno ma almeno metà le dimentichiamo in ostello. Ciao finocchiona. Ciao salame. Godetevela! I nostri zaini sono pesanti ma quest’ultima settimana fermi a Mosca ci ha distesi: é molto più facile camminare e pensare quando hai una base al caldo in cui rannicchiarti la sera. Il cielo é nuovamente cupo e senza stelle. Sono le 21e35. La stazione di partenza é a 7 fermate di metropolitana, abbiamo fatto lo stesso percorso un giorno prima di modo da non sbagliare nulla, con noi abbiamo i biglietti prenotati e arrivati caldi caldi dall’Inghilterra, l’aria é gelida, fuori dice -12. Pensavo peggio.

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All’inizio dei binari giace un cartello in ottone “Km 0 – 1901/2001” é la partenza, e il nostro treno, l’unico a settimana, arriva lentamente, cingolante, verde pino a bande gialle, ammaccato, carico di lunghi ciuffi di fumo nero. Non sembra possibile che questa carretta a carbone possa percorrere più di 8000km a tratta, in solitaria: la meccanica in questo vento senza storia stravince l’elettronica dei nostri tempi (qui così distanti!) la locomotiva è molto peggio di come la immaginavamo, ma sembra funzionare! Saliamo a bordo e abbiamo una cuccetta tutta per noi, 2 letti, un paio di metri quadri scarsi, un piccolo tavolino, un lavandino condiviso e un minuscolo ripostiglio in legno finto per giacche e scarpe, sul nostro vagone siamo solo in 5, una coppia e un motociclista Inglese, il treno é ancora intatto nel suo arredamento tipicamente fine anni 70, ogni cosa é consumata e sporca e ci occorrono non poche ore per sistemare i nostri zaini e pulire il minimo indispensabile, i sacchi a pelo nonostante lenzuola e federe incluse risultano fondamentali, le persone nel resto del treno sono poche e abbiamo molte ore per sprofondare in pensieri totali: una macchina per l’acqua calda in fondo e un bagno in acciaio in cima al vagone sono gli unici passi della giornata oltre le soste di 5-10 minuti.

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Il corpo é dolcemente abbandonato nel suo gozzovigliare vigile, senza doveri, casa é sempre più lontana e la freccia del nostro punto di vista sui problemi di ogni giorno sempre più curvata, sempre più incisa d’impressioni stralunate, ogni persona che conosciamo, ogni lavoro che facciamo, ogni studio, ogni perdita, ogni ricordo viene vissuto sotto la luce dei lumicini dei letti accesi a carbone russo: abbiamo il tempo e lo spazio per sederci, affrontare chi siamo, dove andiamo e perché. L’unica tv é il nostro finestrino. In onda uno spettacolo mai visto, senza sosta, senza parole, senza telecomando, in movimento ma fermo in centrifughe di lande desolate e paesi in abbandonati ad un profondo letargo. Km di completo nulla.

Viaggiare così abbatte ogni bioritmo o senso di mattina, sera: tutto il giorno é un unico presente, una navigazione priva di certi cicli solari, il sonno è confuso, l’orologio privo di orario, siamo come astronauti in un sorso di spazio e neanche la gravita della vita accelera più l’insensatezza e la perdita di ogni riferimento ordinario. Le stelle alla notte sfiorano i nostri vetri in movimento creando sui nostri sonni una luce trasparente e imperturbabile. Precisamente 11 giorni fa contemplavamo la nostra vita nel soffitto delle nostre stanze, adesso lo facciamo da lontano, aerospaziali, in spostamento, cogliendone altri angoli, altri aspetti di quelle stesse stanze, sfumature ingodibili dall’apnea della routine, granulate. La malinconia fa bene quando reincarna la storia di chi devi lasciare andare, la direzione in cui stai filando leggero.

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Questo treno é magico per chi si abbandona senza resistervi mollando le abitudini, la claustrofobia lascia qui il suo asilo di barriere spiccando il volo in memorie dai riflessi di futuro. Il nostro punto di vista su ogni problema, rapporto od oggetto d’attenzione é come ruotasse proporzionalmente ai nostri spostamenti zampillando con se nuove soluzioni, nuove coordinate dai risultati sempre diversi. Quei godimenti perduti sulle piccole felicita di ogni giorno s’irradiano qui in tutta la loro grandezza, e tutte quelle geometrie di credenze e opinioni che credevamo nostre e imparate vengono di colpo restituite a una realtà trasversale che appare ora più ricca e beatamente complicata, veramente disancorata da ogni luogo fermo in cui ognuno di noi pianta un telescopio per misurarne una qualche regola certa per inventarsi la verità.

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Il nostro peggior difetto é dare le comodità per scontato e questo viaggio é una grande scorciatoia per guardarle allo specchio, tutte. Il non-luogo di un treno é molto più di uno stato mentale, é una combinazione di mancanze solide che diventano vapore: il corpo qui perde importanza, non ha azioni da affrontare direttamente e la forzatura di 6 giorni consecutivi di continua immobilità amplificano questo sentire sfacciato, come un rubinetto d’imprecisabile coerenza un gocciolio che diviene fiume poi mare oceano e tu disperso, disabituato a tutta una marea di sensazioni e ricordi sottili nuovi e giganti: naufrago in un surf di pensieri a galla e allo stesso tempo senza fondo, difficili da spiegare o interpretare, le parole perdono senso senza il sottofondo di un umore accecante, senza intenzione. Il cuore spazia senza guinzaglio, una fluorescenza di soffitte si riversa tra i sottotitoli dei nostri silenzi in bivacco. Tra queste parole. Veleggiamo tra le bufere dei fusi orari, via terra, binari, sconclusionati, lunatici. Il corpo riposa, quasi sempre disteso, in pace, il tempo perde la sua cronologia, le sue ore, i giorni della settimana sono dimenticati, la carne si sposa alle astrazioni in divenire, le giornate si trasformano in concentrazioni di giochi-pensieri, le novità in questi km avvengono quasi tutte dentro di noi, lontane dagl’occhi. Ci appiccichiamo di nuovi abissi, mangiamo continuamente noodles, beviamo infusi d’ortica, l’uno fronte all’altra, poi sui letti a pascolo tra le memorie. La velocità del fare lascia spazio a questo procedere estetico, contraccettivo di ciantellamenti dell’anima in continue ore del the e di scrittura.

La lentezza di questo riprendersi i pensieri ci svuota del quotidiano bombardamento di pubblicità, notizie su gente che tra 5 minuti non resteranno nei ricordi di nessuno. Questo treno é terapeutico e delirante, ad esempio: “Il punto é che vorremmo altre mode! Domani  vorremmo leggere che 42 milioni di persone hanno girano la testa verso altre novità e hanno fatto morire di pubblico centinaia di distrazioni che alimentavano la loro ignoranza, la loro depressione il loro alcolismo fuorviante, il loro shopping convulso! Queste malattie vivono della nostra attenzione! Siamo così orgogliosamente rimbambiti che andiamo avanti per inerzia, spaventati da tutto, senza più coraggio di passare 5 minuti davanti allo specchio e fare il punto della giornata: sono felice? Cosa ho fatto oggi per tenere la rotta?” Su questo interminabile treno non abbiamo la doccia ma quanto ci sentiamo al sicuro.. Liberi, ripuliti di pubblicità, facce, fiction, programmi, finti singhiozzi, plastica, parole come amore applicate allo sport, profitto, vendite, finalmente al riparo dalla nettezza urbana d’ingannevole beneficio/bisogno di sicurezza. Odio come le radio, le case discografiche impongano i miei gusti musicali ovunque, per questo ce li andiamo a scoprire! O come le case automobilistiche occupino impropriamente la bellezza della mia città con i loro prezzi,  i loro manifesti, le loro propagande, i loro asterischi per farmi diventare schiavo dei loro finanziamenti! Questa società ha un solo scopo: la follia di un eterno accumulo di mezzi senza fine! E tu devi averli tutti! Devi comprarli tutti! Ci sono algoritmi a tavolino che ogni giorno costruiscono le nostre manie, i nostri desideri, le nostre malattie, devi dipenderne e devi avere un sogno da scegliere piuttosto che inventarlo e dar dietro al turismo dei tuoi occhi! Ti prendono per sfinimento! E non é più abbastanza rendersene conto. La globalizzazione ha digerito quasi tutta la nostra identità, il nostro artigianato, le nostre facce sempre più uguali, maschere senza uscita, in continua recitazione di parti. L’Italia é diventata una colonia americana il 25 aprile del 1946 e questo i libri di storia dovrebbero scriverlo perdio! Ci vendiamo al miglior offerente ogni giorno, non preferiamo mai! Qualsiasi GRATIS é accettato incondizionatamente, non importa mai cosa riceviamo é solo gratis e per questo ci facciamo scegliere e imboccare da ogni genere di spazzatura! Questo é il controllo, il paradosso di essere su questo treno e rendersene conto.

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