In notte per Mosca.
25 gennaio 2013.

Le luci della stazione si allontanano dietro noi, siamo ripartiti. Leggeri. Il treno pare navigare senza binari, la neve lunare attraversa il suolo della notte, con lei veleggia il mistero di questa giornata che si disperde in nuove direzioni, osservo il finestrino senza paesaggio, i miei pensieri hanno abbandonato i loro cassetti, i guinzagli sono rimasti a casa, vedo i problemi lá fuori e sposto i riflettori sull’angoli dei problemi che poco prima si richiudevano in ostacoli. L’ intensità, l’adrenalina, il corpo in continua scoperta é adesso esausto come un telefono in continua chiamata, sento le batterie a terra, pronto per dormire e godermi tutto il sonno del mondo, pronto a riavvolgere e mescolare facce, frasi, odori, immagini, i nostri cuori sono macchine da presa e la notte é solo un grande e misterioso cinema all’aperto.

Un sonno profondo, Yumi diceva che ridevo, ricordo le avventure del sogno, non mi fermo mai, il riposo non esiste, figuriamoci morire, non ci ho mai creduto, la mia mente é in balia del suo vento, ora calmo, ora in poppa poi spento, fiammeggiante. Dopo circa 4 ore di sogni fiabeschi Ri-attraversiamo la Bielorussia. Controllo passaporti. Stavolta non vedo l ora di mostrarglielo. Yumi ok. Il mio. Il mio.. Qualche perplessità, sono io? Mmm, un soldato chiama un altro soldato, poi un altro ancora, ma é una soldatessa il vero problema, é lei che insinua che quello sul passaporto non sia io, mi fanno stare immobile nella stessa posa della foto ma non sembrano affatto convinti. Cerco di restare calmo grazie a Yumi, il problema é che con loro é impossibile spiegarsi, non parlano nessuna parola e non vogliono sentire niente di quello che hai da spiegare: ne del biglietto a mio nome e tantomeno dell’altri documenti che ho con me. Un muro. Questa é la dittatura che funziona, cuori pietrificati dal gelo dell’ignoranza, umanità nessuna.

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Dopo un bel po che guardano il passaporto mi arrendo e si arrendono anche loro, non esiste un solo motivo perché non dovrei attraversare questa benedetta Bielorussia. Tutti impettiti come stessero cercando qualcuno di losco abbandonano il nostro vagone, io intanto avevo mostrato loro tutto il contenuto del mio zaino. Così mi ritrovo a rifare tutto daccapo. Nel cuore della notte. Poco male. Essere qui, in compagnia della donna che amo, con il mio fedele zaino, l’affetto di casa in tasca e la perfetta incoscienza di non sapere nulla su quello che verrà e come vorrò che sia non vale un grammo, un centimetro di queste prepotenze gratuite. Respiro e non mi faccio toccare.

Sono proprio fiero del paese in cui vivo, e dobbiamo andarne orgogliosi, migliaia di noi nella stessa Lampedusa si gettano in mare per salvare donne bambini, chiunque arrivi, chiunque, tutti, chi lo fa oggi? Siamo belli, facciamo entrare tutti senza chiedere nulla, questi invece ti sparano se fai un passo che non devi fare mentre tutto il resto dell’Europa tiene ben chiusi entrambi gli occhi su questo problemi: la fame, la povertà, l acqua. Il nostro governo interiore é il solo giusto, e sono fiero di sentirmi in italiano in questo senso.

Sono veramente orgoglioso di noi che diamo un foglio di via a chi arriva, lo facciamo con buonsenso, come fai a rispedire direttamente in patria una persona che per vincere questa disgrazia ha dato tutto, ha venduto tutto solo per essere li, solo, in un paese che non conosce, senza un amico, una persona cara, con un trauma del genere a vita? Sarebbe l ennesima condanna a morte! E la maggioranza di questa é gente é solo in attesa di qualcuno che creda in loro facendo lavori che nessun italiano farebbe mai! Famiglie, bambini, anziani, adolescenti che nessuno ha mai voluto, orfani senza bussola: non ho visto mai nessun telegiornale che all’ora di cena racconti la disperazione di uno di questi casi, che spieghi i perché, nessun servizio spiega come gli altri paesi facciano morire migliaia di persone in un gommone senza sentirsi colpevoli per ogni vita che lasciano in mare.

Non l’Italia ma gli Italiani, le persone sono sempre in prima linea verso chiunque bussi alla loro porta, abbiamo più cuore di quanto le tv mettano in risalto e siamo quasi i soli in questo. Lo stato non puzza più. É morto da tempo. Ma non importa, il nostro stato interiore è ben oltre, sempre pronto a costruire: domandiamoci i perché! I bambini sono grandi e sottovalutati esempi, le parole possono essere dannose come il passivo delle sigarette, sono un telefono senza fine e spesso senza senso prima di giungere in pasto alle nostre orecchie, dobbiamo provarle le cose, guardarle in faccia, sentirne il sapore: dobbiamo dialogare con un criminale per capirne le ragioni e far si che trovi anche lui il suo posto nel mondo, non imprigionarlo soltanto. Utilizzare il metro del cuore-e-buonsenso. Abbiamo bisogno di cambiare tutto come “organizzazione statale” ma l amore per aiutare chiunque con: donazioni, partecipazioni, fiaccolate, raccolte fondi, o quotidiani e semplici gesti coraggiosi quelli non ce li facciamo mancare mai! Grandi! gente che ha poco e da tutto! che si sente vicina! Poi invece quando dici che sei Italiano, molti ti giudicano prima che tu possa parlare, non importa neanche questo, il trucco sta nel non sentire quel giudizio come tuo! Sentirsi ricchi! Ridere! parlare! Belli home í sole!

La mente che scivola tra le mani ogni volta mi sorprende, faccio volteggiare sensazioni come gabbiani e io non ho che da seguirli con lo sguardo per vedere cosa ho da dire e non c’é filo, non lo cerco, mi lascio vagare in ragionamenti e traiettorie di fortuna senza curarmi mai di nessun atterraggio. Sono circa le una quando i miei sogni vengono interrotti, quel batuffolino di Yumi mi sveglia impaurita e ne ha tutte le ragioni! Il nostro treno che poco prima procedeva spedito in lunghe e buie pianure innevate, adesso é fermo, dentro una specie d’immenso bunker, siamo gli unici passeggeri a bordo? Dove sono gli altri?

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Yumi ha una mezza crisi di panico ma io devo rimanere lucido e pensare. Prendo la roba sparsa e cerco di raggrupparla, poi mi vesto, cerco di tranquillizzarla e le dico di rimanere chiusa dentro il nostro scompartimento fino a quando non torno, gli prometto che non mi allontano, esco dalla cuccetta e tutto é deserto, nessun suono dagli scomparti di fianco, controllore sparito, solo un assordante rumore di saldatrici e martellate, che roba é? Lentamente cammino verso la fine della carrozza. Surreale. Un treno fantasma. Un incubo? Arrivo alla fine vedo che il nostro vagone é staccato dall’altri. come smembrato perfettamente, poi guardo in basso e vedo che siamo sospesi a circa un metro da terra!!! Ma io dov’ero quando é successo? Guardavo e non credevo, guardavo e non credevo, non c’era spiegazione. Intorno gli operai parlottavano calmi tra loro, i loro visi erano scavati e distesi, duri, sporchi di grasso industriale, nessuno ovviamente parlava la nostra lingua e neanch’io capivo niente in quell’attimo, dovevo contenere il panico di Yumi. Era già troppo tardi. Stava già bussando dappertutto in cerca di qualcuno! Beh? perché no? Non potevamo scendere. Eravamo bloccati.

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Poi d’un tratto una signora nel treno. Russa. Sorridendo ci rassicura che é tutto ok! I lucciconi di Yumi diventano iridescenti, il viso riprende colore, il respiro torna silenzioso, bellissima.
Da una cabina poco più distante esce una ragazza Bielorussa, era in ritorno in treno da Milano diretta per Minsk. La ragazza, altissima e stranamente castana, ci spiega in inglese che Stalin a seguito del tentativo fallito d’ invasione della Germania nazista in Bielorussia creò una linea ferroviaria a sistema di scartamento diverso opposto a quello europeo. Siamo a Brest, fulcro dell’inversione dei binari, così prima di varcare il confine, tutta la parte posteriore del treno deve essere sostituita con il modello russo. É un lavoro monumentale. Decine di operai smontano, martellano, spostano, saldano senza sosta incuranti delle temperature gelide del bunker con i passeggeri al freddo sospesi per aria nelle loro carrozze.

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Non avevo idea che arrivati nel 2013 la politica e forse anche la mancanza di finanziamenti e volontà d amicizia permettessero ancora questo immane e inconcepibile sforzo umano! Sconcertante. Dopo un’ ora di ininterrotto lavoro, la carovana riparte, leggiamo, guardiamo la televisione del finestrino in onda, il sonno ci sormonta rubandoci gli occhi, ogni tipo di pensiero. Entriamo in russia a notte fonda, senza accorgercene, lo sfrigolio innevato della lamiera che avanza conduce il treno come un lungo serpente di fumo. Letti a castello a zonzo nella bufera. I nostri riposi ricominciano a pompare nuove energie, ci spegniamo insieme. Ognuno nel viso dell’altro. Respiro & Sospiro. Insieme. Felici.

Toc!Toc! Il controllore. É mezzogiorno e tra 10 minuti siamo a Mosca. Capiamo solo Mosca. Quello che basta. É fatta. Con un giorno e mezzo di ritardo siamo ufficialmente nella city!

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