Il caso è sempre inaspettato. Una penna arriva a riprenderselo solo dopo che il coraggio ha scritto dentro qualcosa di vissuto intensamente. Puro. Puro per come viene preso in toto, senza filtro, senza istruzione per l’uso, nudo di ogni preavviso: come il respiro che si respira in quest’angolo di mondo, scansato di civiltà e colto in pieno di brezze, rami, nidi, fischi e rotolii di un inverno e il suo mantello appeso di pitture. La nostra occasione arriva con la partenza per l’outback mongolo: la riserva del Gorkhi Terelj. 90.000 ettari di steppe e cavalli selvaggi. Quello che gli occhi buttano della città lo riscattano questi profondi respiri, il sentimento di completo annientamento di ogni civiltà per come la conosciamo esplode in un incendio di valli disabitate, selvagge. La guida che ci accompagna ci aiuta poi con l’abbigliamento da esplorazione artica: un paio di stivali in pelliccia di pecora, due calzini, due calzamaglie in cotone, un pantalone proprio di jeans o tuta, un pantalone in cotone rinforzato, guanti, un giubbotto tecnico fornito dal nostro sponsor Wok Italia, una giacca a vento, vari strati di magliette pesanti, cappello occhiali e sacchi a pelo. Siamo pronti per la luna. Quella luna ghiacciata che vedevamo da quel finestrino transmongolico finalmente esce allo scoperto sotto il peso dei nostri soffici passi. É strano come il limite tra meraviglia e incubo passi sempre dal benessere del corpo, un corpo in pace permette a una mente di spandersi di altre priorità: non la fame, non la sete ma l’immensità, la partenza per altri bisogni!Partiamo con un furgoncino dalla capitale, il nostro mezzo è un piccolo van coreano, non ha ruote termiche, non ha catene montate ne a bordo, non abbiamo un gps, non abbiamo quattro ruote motrici, il nostro unico collegamento con il mondo é il cellulare del nostro autista, Pakà. Le strade sono strade per i primi 20 km di periferia di Ulaan Batoor, dopodiché il vento, come onde rovescia neve su neve, ghiaccio su ghiaccio, le strade spariscono in un unica grande valle dove gli orientamenti sono dettati da esperienza, intuito e fortuna del guidatore. L’orientamento appare semplice al giorno quando qualche avamposto di recinto abbandonato detta la via da seguire, le tracce di altre macchine rimangono scoperte nelle belle giornate in assenza di vento che non le ricopre, oggi siamo fortunati.

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Sul pulmino siamo in sei: il guidatore, la nostra interprete/guida e una coppia di giovani australiani con cui scoppia subito una spontanea simpatia! L’Australia è un paese giovane nell’animo, fresco, aperto, spontaneamente in cerca della sua identità nel mondo, con un futuro ancora tutto da scoprire! Il primo pit stop è per l acqua e un rotolo di carta igienica al market nella periferia di UB. Il viaggio è lento per la monotonia con cui il paesaggio smarmitta via le sue ultime file di baracche periferiche ma le buche gli scossoni, le risate tra noi in quest’ottovolante di novità e buche levigano il tempo a colpi di battute e fotografie liquide. Cavalchiamo pianure di nulla dai colori di neve, la rarefazione dell’orizzonte imbianca le folte tonalità di lontananze, a lato di un spiazzo un po meno innevato, un falconiere aspetta l’arrivo di una macchina per un probabile autostop. Decidiamo di fermarci a osservare/fotografare increduli la spettacolarità, l’arte, lo splendore di questi rapaci addestrati, immensi non solo nella grandezza fisica ma anche e soprattutto in quella pesantezza astratta di kg di volo verso cui ogni uomo inciampa nel sogno. Siamo estasiati!

La sana invidia per quel punto di vista opposto e misterioso che per natura di arti ci é sempre sfuggito: volare! Atterra qui, adesso, e non c’ è brivido terrestre che non sia caratterizzato da questo grande sogno di volare, abbandonare la schiavitù dei problemi e con un battito d’ali allontanarsi e osservarli dall’alto, con tutta la pazienza e la lungimiranza di ogni soluzione presa da lontano, in questa Mongolia senza Pubblicità eccome un esempio, vivo, carezzabile come un sogno sceso a terra. Fiero e mansueto. C’è il sacro in questo contatto, la paura diventa coraggio, poi sorriso, incredulità, risate, rispetto, mistero, riflessione, un fitto panorama di profondità si trasforma in un momento leggero, solo apparentemente superficiale. E lo spostarsi continuamente è tremendamente efficace nella digestione di queste emozioni, c’è lo sciabordio della mente intrisa d’impressioni e inconscio, c’è la forma di una scarpa che si fa spazio nel piede del mondo e non c è traduzione per questo camminare acceso, solo elettricità e raduno in una sconfinata prigione di parole! La mia pelle al microscopio, che rimane nascosta direbbe molto di più della mancata scelta di una virgola piuttosto che un altro spazio di sospensione. Parlare è banale quando si risparmiano parole per paura di bruciare un ricordo per sempre.

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Ripartiamo costeggiando le prime alture degne di nota, non sono montagne, non sono colline ma qualcosa di appena metrico che sta nel mezzo, come un rigonfiamento armonioso del terreno, non ci sono alberi in questo primo tratto di strada, il cielo è blu e il resto è bianco, un punto roccioso a forma di tartaruga mette una pausa a queste continue slavine degl’occhi, esploriamo le caverne rigogliose di passato, persone che vi si sono riparate in questi inverni perfetti e quasi senza scampo. Guerre, siccità, tempeste. Qualche ciuffo di sterpaglia illumina la percezione delle distanze in condense senza bivio e colori certi.

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Dopo un altra ora di neve compatta, arriviamo a un villaggio, un gruppo di cani selvatici insegue il nostro tragitto finchè non superiamo l’ultima casa del piccolo abitato, il pomeriggio dispiega le sue nuove ombre, le nuvole pascolano il cielo, il paesaggio si aggiunge di una lunga valle dalle foreste ora spoglie ora sempreverdi, il sole é in picchiata e il finestrino rimasto alla destra dell’ombra continua a ghiacciarsi dei nostri respiri. Inspiegabile. È circa le 12 quando arriviamo a destinazione. Siamo in una valle dove tutto è sommerso, fuori c’e una temperatura di circa -20 e i cristalli della neve al sole risplendono in tutta la loro meravigliosa costruzione. Mai vista un neve così: non ci sono fiocchi ma impalcature precise di chicchi di ghiaccio. Fuori brilla una giornata stupenda, ci ospita una famiglia nomade, la nostra è la tenda degli ospiti, dormiamo tutti insieme, la tenda ha la forma di un piccolo circo intarsiato di assi di legno, una vecchia stufa a carbone svetta in mezzo alla stanza, la luce elettrica è ridotta a un neon che cala dal tetto con un filo, i letti sono letti veri con coperte e cuscini rattoppati. Nella tenda accanto a noi la madre famiglia prepara il pranzo per tutti, ci si siede per terra, su una divano morbidissimo ma senza schienale oppure su dei piccoli sgabelli, niente è lasciato al caso, ad esempio i due pali centrali che tengono in piedi il Gher simboleggiano il padre e la madre che tengono insieme la famiglia e non si può passare in mezzo per non sconsacrare questo legame.

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Posata la roba partiamo a piedi verso una montagna. Un monastero buddista è arroccato sulle pendici di una vetta disciolta, i monaci e le persone si raccolgono qui in lunghi mesi di meditazione e preghiera, persone che non perdono il contatto con il corpo ma che semplicemente lo affrontano in tutta la sua imperfezione, persone determinate soprattutto a chiedersi prima che chiedere. Il silenzio viene rotto soltanto dalle nostre parole, non ci sono macchine, tanto meno negozi o altre persone, nessun rumore di abitazione o paesaggio: solo il vento, il fragore dei passi nel silenzio, perché è questo che accade oggi! I nostri passi, il richiamo dei corvi, lo sventolio dei passeri, il fumo delle stufe nei Gher accesi.

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Ogni strada che conduce a un monastero è in salita quando ci si entra e in discesa quando se ne esce, questa cosa mi ha sempre affascinato. le porte sono rivolte a est in onore al sole, al domani, al nuovo giorno che sorge, aromi d’incenso. – il futuro è stato inventato per non godere del presente- una lunga via di messaggi del Buddha accompagna questo arrivare alla meta in una scalata di riflessioni intime e paradossali. Ognuna accoltella una verità rincuorandola. La pace avvolge l’abbandono e questo passeggiare verso l alto, questo leggere senza voce è un frastuono, una rissa di vergogne spalancate in un laddove.

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La sera ceniamo tutti insieme attorno al calore del fuoco nella stufa. La tavola è imbandita su un lungo tavolo arancione decorate, ci sono delle specie di focacce fritte, salsa di carote, zuppe di carne e cipolle, The caldo ai fiori di Jasmine. Non ci sono televisioni, nessuno fuma, nessuno beve alcolici, passiamo meta della serata a districarsi da un imbarazzante gioco di prestigio! Siamo noi l attrazione della serata per la famiglia e non il contrario! Le risate contagiano tutti perché ogni nostro movimento o idea si muove irrimediabilmente nella direzione opposta della soluzione del gioco! Per un attimo nella mia testa esco dalla concentrazione del gioco, osservo senza vedere noi nella tenda sotto questo tuffo immaginifico di stelle, osservo il letto di questa valle, la Mongolia, l Asia, un rubinetto in piazza Sant’Ambrogio a Firenze, il riflesso del sole su di un grappolo d uva bianca tra le rose di Napier, il filamento di uno stecco in un nido di cicogna su un camino di Marrakech, la foglia di tabacco arrotolata in un cassetto di una banca a Baracoa, una cespuglio di menta su una duna di Puerto Piramides, osservo il lavoro infaticabile di un granchio rosa su di un sasso rosa a sud dello stretto di Bass, il fondo di un secchiello consumato in una sauna a nord di Kanazawa, il baffo di una foca tra le quiete sponde del Cau Cau, un cespuglio di calafate in un poco sentiero del Cerro Torre, l’ombra di un monumento diroccato a est di Irkutsk, il fondo di un palo in legno nella baia di Phi Phi, osservo i bambini che corrono tra le buste di plastica sulle rive del Mekong, una foglia di cocco tra la sabbia dorata di Miami Beach, le rive vulcaniche al tramonto nel campeggio di Rapa Nui, osservo il battistrada delle ruote in un camper a noleggio in Melbourne, GBéstatoqui sul grande muro a nord di Belfast, una bottiglia di Bordeaux nell’angolo in cui la Senna circonda Notre Dam, un pezzo di lamiera accingolata che sventola sul lato ovest del picco di Capraia, l’impronta di un passo nel deserto di San Pedro, il ciclamino giallo nel vaso in una delle terrazze in legno di Ushuaia, una pozzanghera fuori dalla metropolitana a est di Kyoto, l’angolo di una piscina vuota in un Resort delle Bahamas, una birra alla spina in un Karaoke di Beijing, un gattino che si muove tra la capanne in terra di Vina del Mar. È un istante. Come solo può accadere nella mia testa, ogni momento é in equilibrio in questo lampo di pace! In questo bagliore che va, si distinguono chiaramente le apparecchiature, l’ingrandimento dal piccolo al grande di una serie di tendini cosmici che tengono in tensione le volte di quest’armonia allo specchio di questa notte tutta petrolio e latte di stelle. È l’attimo di perfezione in cui l universo piove nella mente e resta aderente, corporeo. Zen. In questa saetta il mio posto nel mondo è spostato, i miei scarponi posano su questi cespugliosi cristalli di neve: ancora non sono certo di essere qui soltanto, l’armonia globale dei miei problemi si scompone in piccole luci all’ in su che accendono ogni coraggio che l’ha messo in piedi: sorrisi e salti super sonici sono le nuove gambe di questi occhi ancora nuovi! L’attimo è così immediato che appare come ricordo anche mentre sta avvenendo, la coscienza è un invenzione senza limiti e l’emozioni da questo cielo non sono altro che Titoli ai lunghi libri di parole che passano senza spiegare nulla di ciò che lasceremo in eredità! Come un recipiente senza fondo, o un muro senza eco, lo spazio mentale non ha cronometri ne leggi quando la felicità sorprende le virtù del suo più irraccontabile sfondo.

La seconda metà della serata é dedicata a un gioco fatto con dei calcagni ossei di pecora, ci si siede tutti intorno a un tavolo, si dispone i calcagni in una lunga fila orizzontale, alle 4 facce del calcagno veniva assegnata un immagine: cavallo, pecora, cammello e capra. I calcagni che restavano fuori dalla fila, 4 per esattezza, venivano usati come dadi mentre ognuno aveva il suo cavallo calcagno come pedina da muovere lungo la fila ogni qualvolta una combinazione di dadi l avesse fatto muovere di tot passi, in pratica è come una lunga corsa di cavalli dove a turni ci si sposta di mano in mano e quello che è bello è che alla fine del gioco il gioco non finisce con il primo che arriva! tutti devono arrivare al traguardo! Una bella metafora della vita. Questo è quello che imparano i bambini mongoli giocando.

La notte fuori dalla tenda è un artiglio di ghiaccio crudo, le facce sono scartavetrate non appena mettono il naso fuori dalle sciarpe e i bagni sono ovviamente nel campo, a circa 200 metri, tra i pascoli delle mucche e se si ha bisogno non c’e alternativa.In pratica “I bagni” sono delle baracche di legno inchiodato con all’interno un solo lungo buco perpendicolare, in profondità poi s’intravede, a malincuore, un lunghissima colonna di merda li da chissà quanto tempo: capiamo adesso perché manca la luce.L’odore è annientato dai – 40 gradi che imperversano fuori, la pipi si ghiaccia al contatto con i bordi del buco.Irreale.

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Torniamo alla tenda, ci spogliamo, ci distendiamo nei letti in circolo, nell’oscurità, come una grande famiglia, tutti accucciati attorno al tenue bagliore dei carboni, i sogni si fondono al caldo torrido asceso lentamente dal fuoco della stufa.

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