Il dito medio di Hanoi.
Febbraio 2013

L’arrivo ad Hanoi dopo quasi due giorni di treno da Hong Kong é un lunghissimo respiro di sollievo per menti e mani come quelle che stanno scrivendo. Il traffico di questa città é perfettamente regolato dal buonsenso delle persone che la abitano, non ci sono semafori che dicono loro quando frenare, quando rallentare, quando fermarsi, l’intero organismo della città nel paradosso di questo socialismo di carta è in mano a un caos meravigliosamente efficiente, dalle terrazze coloniali francesi un brulichio informe di motorini contromano serpeggia le (contro)strade di Hanoi, le auto sono scomparse, un continuo clacsonio di schivamenti e persone leggere disegnano le traiettorie di una città mai ferma, non ci sono visi ingrugniti alla guida, nessuno manda affanculo nessuno, anzi se alzi un cinque in strada passa qualcuno a restituirtelo! Amazing! E tutti questi suoni, questi beeep! beeep! che a un europeo appaiono come una fastidiosa impazienza di passare e farsi largo, qui sono usati come semplici avvisi acustici che servono a orientare i sensi di marcia tra passanti e veicoli, il traffico di questa città appare come un continuo flusso di mancati incidenti ma é la destrezza con cui la gente del posto vive quest’armonia a creare un senso di precarietà e sicurezza senza paragoni.

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È la coscienza di chi mette mano al volante a dimostrare senza alcun appiglio la quotidiana efficacia del buonsenso! L’individuo qui é lo stato di se stesso molto prima di essere cittadino di una nazione, e i grandi negozi, le grandi catene di marche internazionali stentano a farsi largo in questo turismo così ingarbugliato, la gente che arriva qui si concentra sulle bancarelle in cui é ancora possibile trattare sul prezzo e le nostre Nike, le nostre giacche North Face sono tutte li in bella mostra, per strada, disseccate da ogni logica di tasse che conosciamo e che le fa gonfiare lontano dal reale valore posseduto. Il nostri prezzi visto da Hanoi sono pura follia e quello che a casa costa 100 qui costa 5: non c’è falso mito, il fallimemto della globalizzazione in termini di felicità è risultato di questo giochino e mai come adesso ci sarebbe bisogno di manodopera ad alto costo in italia, gente specializzata che confeziona prodotti di qualità a 90 e li rivende a 110 per il beneplacito di una prospettiva più calma, di benessere: abbiamo tutto cosa possiamo ancora comprare? Di cosa posso essere schiavo domani? Invece di correre, correre e correre verso una guadagno sprezzante e senza fini, abbiamo dimenticato l’accontentarsi! L’esser contenti di quello che abbiamo, viviamo continuamente nel desiderio di avere e forse anche per questo abbiamo distrutto la soddisfazione del risparmio! È stato il profitto selvaggio, l’errore della matematica di una crescita continua decisa sempre a tavolino e mai allo specchio a distruggere il Made in Italy nel mondo. E le grandi industrie non possono valere come persone giuridiche, non possono avere un codice fiscale, devo poter guardare in faccia chi per un +0,05 di profitto in piu di profitto fa fuori 1000 dipendenti e le loro famiglie. In ogni posto del mondo è la qualità che vincerà sui Fake! Ferrari insegna. Perche quello che accade qui è un fatto. L’insensatezza dei prezzi dei nostri acquisti di casa é in ogni angolo della città e quei pochi negozi tipo Armani o Gucci che spacciano le loro marche come “originali” sono tutti vuoti come i’cucco!!! Che smacco è questo ai nostri turismi che vanno avanti al respiro intubato del: “mangiare-comprare-comprare-facebookquantosonobelloevoino-mangiare-comprare-farvederecosahocomprato-dormire-mangiarecomprare-vederevetrine-fotografare-fotografare-mangiare-facebookquantosonobelloevoino-farsicazzideglaltri-uscire-unabirrettina-dormire” senza che i sogni appaiano più come città da inseguire, senza che le nostre dita mettimo una sola pausa a questa grande pubblicità che é diventata la nostra vita, il nostro gozzo sempre più ampio e pesante, le nostre occhiaie sempre più marcate. La maggioranza dei cieli che l’italiani visitiano nel mondo sono perlopiù rigogliosi di grattacieli e vetrine e ristoranti influenzati da quel telone trasparente di film, mode, spot che per andar sul sicuro deviano la nostra curiosità in panini/sapori uguali in ogni posto del mondo! E se guardate tra le vetrate dei ristoranti dei grandi franchising siamo fosforescenti come un pinguino fuori d’acqua! Gli Italiani pionieri, scopritori del mondo hanno messo le ruote ai loro zaini, hanno sostituito allo zaino un trolley sempre più grande! Camminano su percorsi gia asfaltati, perlopiù aereoporti e resort, centri commerciali, tranne qualche rara eccezione di italiani in giro ancora per esplorare il mondo sono merce rara! E non é “la crisi” ma il nostro stile di vita perduto. Abbiamo continue emicranie e acciacchi senza che nessuno intervenga più sulle cause dei problemi piuttosto che sui sintomi. Ogni malessere ha una cura farmacologica che non travalica mai in nuovo modo di affrontare le sfide della vita. Lo spirito é abbandonato, scarico, perseguitato di alcool e malinconie. La regola è ostentare, far credere per non sentirsi soli anche se poi soli a casa ci si torna sempre.

Hanoi è un alluvione di aromi per ogni viaggiatore inteso come turista. Ha il carattere affascinante e misterioso di chi tiene il piede in due staffe. Elegante senza darne l’aria. Eccitante senza renderne un’idea. Solo un alone. Il cuore non è Central park ma un lago scuro con un tempio al centro, privo di approdi. Ha persino la sua piccola Notre Dam! Le case sono strette e allungate verso l’alto, esili case-torre affiancate senza una logica di altezze o sicurezza dei suoi balconi decorati. Tutte cosi. Diverse. Il disordine e lo sporco sono un armonia rigogliosa di dettagli che per fragile equilibrio restano in piedi, abbracciati in questo scenario un poco fantasma. I marciapiedi sono poi il nervo pulsante di questa città. Sul marciapiede non ci si cammina si vende, si mangia, si beve, si parcheggia in file interminabili di motorini che entrano in casa, riescono, si lavano, smontano, nei marciapiedi ci sono poi tavoli, sedie, bambini, negozi di inox, anziani che inchiodano ciabatte in legno, venditori di frutta da cappelli di paglia, bulloni, scale in bambù, patate, sigarette, carte, c è di tutto: vi si distende verdura, attrezzi, trabiccoli, si gioca a scacchi, badminton, si fa Tali chi, si corre, si osserva nel vuoto indisturbati da ogni impegno perché non ci sono posti dove andare, semplicemente non servono, non se ne sente il bisogno! Qui si consuma la maggior parte del tempo, qui le persone parlano senza nascondersi in auricolari e musiche e i marciapiedi sono più ampi di ogni altra città dell Asia vista fin qui, le persone dopo le undici di sera li puliscono come fossero loro pavimenti, in effetti hanno le stesse piastrelle, la stessa composizione quadrata dei nostri salotti in cotto. Hanoi appare come una grande casa a cielo aperto, senza finestre ne porte.

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Le strade della città vecchia e del quartiere francese rimpiccioliscono senza pianta, i vicoli si fanno senza spazio di auto che non arrivano, non ci son taxi ma qualche ciclo-taxi, un grande fiume di giovani palpeggia la città in tutta la sua adolescenza di nonne in sella a motorini Honda. Hanoi ha nelle sue pareti il passato coloniale Francese vinto, la Cina il Giappone, gli Stati Uniti vinti, la guerra, il presente, la stella gialla su sfondo rosso, Ho Chi Minh, un popolo che non vive affidando il suo tempo alla facciata della sua immagine nel mondo ma bensi che la investe ogni giorno nei sorrisi di chiunque ne calpesti questo suolo rigoglioso di bombe ormai spente. Persone incredibili sedimentate tra i trattati di Confucio. Non ci sono discoteche o Mc Donalds ad ancorare questo angolo di mondo nella insipidezza artificiale: lo svago é la vita stessa! I bar sono bollicine di luci e pouf di bambù incaverenati sotto al cemento e ferro battuto di un era che ha cambiato la sua pelle di leopardo, l’antichità si è fusa ai tralicci elettrici incestinati in grovigli di fili telefonici in alto terrazzini, nidi d’uccelli, sacchetti, gabbie, panni, lavatrici, antenne, piante, casupole d’ogni altezza o colore sporcato, i bancomat si nascondono senza alcuna autorità, i bandoni ora chiusi ora aperti li fuoriescono senza donarli alcuna importanza, i pochi poliziotti non hanno niente di diverso dagl altri abitanti, vestono solo una divisa, niente piu! Un lieve odore di gasolio umido affiora agrodolce nei carrettini ripieni di ogni frutto o carne o pesce in frittura, la fantasia di questa cucina prende vita nel gusto del riso fresco che tocca il suo apice in ogni angolo di strada, in ogni ciotola rimasta vuota: altro caso unico l’alta cucina, per quanto ci riguarda è qui, tra i vicoli strada. La gente seduta, i capi chini su bacchette di legno, le carte, l’attività della dignita che ogni giorno mette al tappeto la povertà: questa gente non sono i poverini che credete. È gente dal cervello scattante, aperte, sognanti! Non ci sono ladri, o almeno non se ne ha l impressione, la tranquillità di questo scoppiettio di marmitte del centro si fonde alla religiosità dei vari templi nelle vicinanze perfettamente mimitizzati tra liane di alberi che accovacciano all’incroci dei viali piu grandi: non c’è giorno che non siano affollati, gente e monete, mendicanti, biglietti offerti da chiunque: la religione qui è trasversale, dal giovane al vecchio dal povero al ricco, continue passeggiate (non processioni!) di donne e di uomini in un via vai di file scomposte e fumi d’incenso, istituzioni sane, prive di averi o gerarchie o interessi, banche, sganciate di ogni ipocrisia di carta velina o pomposità strutturale. Chissà perché le nostre chiese invece sono vuote?

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Non esistono i supermercati, i grandi centri commerciali, ogni giorno é domenica, c é il meccanico, il ferramenta, il bottegaio, la bicicletta, il venditore di granchi ed anguille, di cesti, di trappole e macinini da caffè, pentole, lucchetti, cacciaviti, bigiotteria, borse, altari, statuine, chiunque nella sua piccola attività di strada ha qualcosa da offrire. Ci sono frutti che arrivano qui dai dintorni del Sapa o pesci dalla vicina Baia di Halong: ognuno sconosciuto ai nostri occhi, ai nostri sapori, odori di calamari fritti, menta, cumino, foglie di lime, fagiolini di soya e riso, fiocchi di riso della piu incredibile varietà. Caffè ghiacciato con yogurt sotto i 26 gradi di Hanoi. Il Vietnam sono le sue persone, il suo francesismo squisito e fatiscente, i suoi visi allegri che se ti vedono spaesato ti chiedono dove vai senza invadenza, senza profitto, non hanno il senso dell affare ma del buon affare, tutti parlano inglese cercando di parlarlo meglio e non esiste nessuno che eviti il tuo sguardo come avviene in molti paesi asiatici, qui la tua perplessità é intercettata senza pregiudizio e questo popolo che ha subito forse le ingiustizie più crudeli dell ultimo secolo ha risposto con premura e sorpresa al futuro di ogni uomo che passa inevitabilmente attraverso quello di tutti. Senza odio, senza pregiudizio.

Ps: da questo post in poi, per velocizzare l’aggiornamento del blog troverete le foto nei giorni successivi all’uscita dell’articoli! Elia&Yumi.

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