Hue! Templi e Libellule.
Vietnam – Febbraio 2013.

Impieghiamo quasi 18 ore di autobus per arrivare da Halong Bay a Hue! La strada fiancheggia la spina dorsal-montuosa del vietnam, tenendo nella sua destra il riparo dalle pioggie e alla sinistra l’oceano, le spiagge ruvide di questo paese snello persino nella sua lunga geografia. Un viaggio notturno, su uno di questi geniali sleeping bus dove al posto dei sedili ci sono veri e comodi letti, specie se come a noi vi tocca il piacere di essere tra gl ultimi posti: un unico lettone rialzato vista luna! L’inconvenienti vengono tutti dal disastro della strada lontana da Hanoi, sempre più inoltrata e ghiaiosa, senza ovvi lampioni: vaghiamo per asfalti tra la polvere, i sassi, le buche, i balzi e le testate che ogni poco ci svegliano in umore misto tra rompimenti e risate. Verso le due di notte il bus sbanda, il guidatore per schivare un motorino carico di gabbie e polli esce di strada buca una ruota e ci ritroviamo fermi nella campagna vietnamita, dopo un pit stop da record per il cambio della gomma ripartiamo come niente fosse, spediti e convinti che il prossimo stop sarà quello della meta.. Alle 3 e mezza del mattino il bus si ferma di nuovo, i guidatori scendono per cenare, e mentre l’autobus dorme scendiamo con loro in questa baracca di gomme e foglie di platani. Abbiamo fame e tra le scarne luci di un neon, i bastoncini e il chili fresco sul tavolo ordianiamo come da buoni vietnamiti due Pho Bo.

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Arriviamo.
Come al solito lasciamo che la giornata si schiuda da se, in poppa all’imprevisto! Dall’ostello noleggiamo due bici e cominciamo a girovagare per le ampie vie della città: finiamo al mercato dove neanche il tempo di parcheggiare che ci ritroviamo seduti tra le bancherelle a pasta di noodles, cocco e birra Larue. C’è un bel sole, l’aria è umida ma non soffocante. Il mercato è un labirinto di negozi senza muri compravendite e baratti di ogni genere!

 

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Dall’alimentari all’abbigliamento le cianfrusaglie vengono accatastate nei vicoletti tutto è in mostra senza che si debba entrare in negozi: è come un percorso ad ostacoli dove perdersi è la fine, un mercato locale. Dai cappelli di riso delle non più ragazze vietnamite l’invito a comprare frutta, spiedini di carne, pannocchie e dolcetti sembrano usciti fuori da una cartolina del Vietnam anni 60.

 

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Rimontiamo in sella costeggiando il fiume dei profumi, le strade sono viali infilettati di bazar e negozi, il passato storico di questa ex capitale imperiale si mescola alla modernità del grigiore di questi nuovi “bar” a cucina europea, sempre piu ingombranti e avulsi dal contesto sereno che li circonda. Qualcuno riposa al lato della strada mentre il ritmo della città balbetta la sua canzone di scoppiettii e camice in vendita. Pedaliamo in direzione della cittadella cercando di caprine di più e di vederne la fine.

Arrivati oltrepassiamo le mura e ci fermiamo davanti a uno spiazzo dove s’intravedono carrarmati cannoni e i caccia americani sequestrati dai vietcong nell’ultima guerra. L’ingresso è chiuso, il posto pressoché deserto, un area di mura a mattoni invecchiati circonda l’antico centro del suo silenzio, sono mezzogiorno e un uomo con il suo ciclo taxi lentamente si avvicina.

 

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Si chiama Thin e insieme a suo figlio Trang diventano le simpatiche ruote della nostra giornata, per 10 dollari ci offrono di posare le biciclette e saltare in sella a due motorini per andare a vedere i templi nel countryside che le guide non dicono e visto che siamo qui di passaggio, siamo freschi e abbiamo una sola giornata per stupirci, perché no? In realtà non diciamo si alle prime persone che capitano, è una fatto primo epidermica e poi di insistenza: se la situazione non è pressante senza sentirsi dollari che camminano, se ci sono sorrisi sinceri, occhi negl’occhi, se non si parte da una proposta ma ci si arriva con fiducia, se non c’è invadenza ma propensione a condividere qualcosa allora si va quasi sempre. E se poi davanti al naso hai un libro di persone che ti raccontano in svariate lingue quanto è bravo quest’ uomo con tanto di foto insieme, allora tutto diventa molto veloce e intrigante!

 

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Saltiamo in sella a questi due Fifty a marce, ancora una volta le giornate girano dalla nostra parte, rovesciamo la città eludendo i traffici di biciclette e motorini cittadini, risaliamo da ovest il fiume dei profumi tentendo sulla nostra sinistra qualche ferma pagoda intenta a pescare, il silenzio è sporcato di quest andare a benzina, un andare perfetto senza pensare alla direzione, cullati nello scoppiettio di andare senza sapere dove. Allo stesso tempo siamo accompagnati nei profumi e nelle semplici novità di questa zona ancora tutta da scartare, liberi di deviare, fermarsi e scattare una foto ogni qual volta la bellezza ce ne faccia intuire uno spigolo.

 

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Il mistero volteggia sui pensieri di queste strutture giunte fino a questi giorni, un passato più lontano che mai, tempio dopo tempio, tra un sorpasso e l’altro c’inoltriamo sempre di più tra le colline giunglose che incorniciano la Huè di oggi! il castello di Sammezzano qui è più lontano che mai, ma certi dettagli, certe cure per il descrivere e raccontare le porte sotto cui si passa tendono la stessa emozione di leggenda!

 

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La ceramica orlata risplende tra i raggi filtrati di colore nei vasi, nelle fronde di banano piegate, nei visi di qualche inserviente solo, al bivacco, mentre i muri perimetrali si aggiungono di altri metri di nero, altro arancione consumato dal rilievo di scritte antiche: draghi, galli, serpenti iconografici! Un lago riposa di correnti sotto il peso di un tempio in legno, l’acqua è ferma: qui l’imperatori cercavano pace nelle loro ispirazioni, il silenzio non è svanito e restiamo per un po a godercelo tra le centinaia di libellule che si rincorrono tra le foglie di loto in superficie. Risalendo verso nord altri templi dalle enormi e strane forme dei frangipani in inverno incorniciano questo connubio di quadri corallati di un velo d’argento circolare come le tombe senza nome che punteggiano la zona in tutta la sua poderosa maestosità. Odore di fantasmi e fiori.

 

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Con il motorino facciamo un a breve sosta in una capanna dove lavorano l’incenso, profumatissimo e colorato, la cannella, il sandalo, sono qui senza petroli, il loro aroma è una ventatata di Vietnam, le donne che lo lavorano chine, il legno che ne aiuta il fraseggio di mani, tutta la situazione accende in noi un collegamento che dai negozi arriva a queste mani, si sente il lavoro, il viaggio che anche da qui parte per i mercati del mondo e non ce ne facciamo scappare un ricordo.

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Procediamo fotografando di bufali e recinzioni in bambù, alberi di cocco verdi come fontane, carovane di motorini dai pesi più improbabili: polli, cassette, cestini che sfidano l’equilibrio in tutta la sua fisica!

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Abbandonati i motorini all’entrata dell’ultimo tempio ci dirigiamo a piedi verso il monte più alto senza i nostri amici, lentamente, passo dopo passo saliamo tutti i gradini verticali, in cima una campana con un vecchio custode, non ci sono persone se non una famiglia locale a dare i suoi tre rintocchi di buon augurio per il futuro. Giriamo anche noi la ruota del giorno e rintocchiamo. Il suono di questa campana è un onda irripetibile che attraversa pelle, carne e organi, riesce fuori sporca impregnata di tensioni e tu come per un lunghissimo attimo medicato da quella vibrazione improvvisa e rassicurante che ti attraversa e ti allenta e che il tuo corpo non respinge ma accoglie e rilascia gradualmente sotto il peso dei suoi occhi chiusi e dei suoi problemi perduti.

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Huè! È tutta in quest’ esclamazione che da parola diventa uno sprint per nuove avventure! Huè è la più popolosa per numero di morti direi, le sue colline sono le più rigogliose di lapidi, c’è ne sono di ogni genere, mausolei di ogni religione, piccoli, grandi, poi buoi al pascolo tra cimiteri ciuffosi di banani e erbe incolte, niente appare triste e puoi girare ore tra queste colline, non se ne vede la fine. L’armonia del sole in questo punto di terra è sublimata nello sguardo da un motorino che carezza il profilo dell’asfalto come a ripercorrerne la scivolosita con cui la vita passi inevitabilmente dal continuo avvicendarsi di morti in questo grande e bel cimitero che è la vita. Precisi dettagli ornano d’autore i monumenti che, come funghi perfettamente disposti, sbucano fuori da una natura perfettamente selvaggia.

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Ridiscendiamo a valle direzione città, d’improvviso tutto diventa rumoroso e distante dal nostro umore, ci fermiamo a riprendere le biciclette nel primo luogo d’incontro e come per tutte le persone che incontriamo durante questo viaggio non ci facciamo scappare una dedica ai nostri ricordi. Vorremo restare molto di più, parlare molto di più, vagheggiare più a fondo senza sentirsi esche ami da pesca, ma abbiamo un obbiettivo e dobbiamo raggiungerlo! Hue è Il concetto di divertimento importato in Vietnam lascia poco di questo paese se non ci si prende per mano e si dice andiamo! Bande di giovani europei al trotto di sport estremi passa da qui come correndo sull’acqua, non sprofondando mai, neanche la fragile atmosfera da ricercare è più una missione, il passato appare perduto in questa nuova generazione che viaggia pressoché per riempire le loro vacanze non di contatti ma di finestrini-foto-shopping o poco altro da buttare su facebook, un grosso popolo di iPhone e Galaxy che si sposta omogeneo, con addosso le solite facce i soliti vestiti gioca,
condivide impressioni di soli occhi e niente più, ora dopo ora, notte dopo notte lontano dalle stagionature dei ricordi più vividi, questi giovani che compiono lunghi viaggi in queste parti del mondo, che si rifugiano in locali musica americana-birra-shot, che cenano a pizza o a bistecche e che si fanno scarrozzare in lunghi tour di “tutto in un giorno” con il solo scopo di dire ci sono stato, non lasciando mai tempo al tempo e niente al caso (molti) tornano a casa come prima, rinforzati tra i loro rapporti di amici e debilitati nella comprensione di una realtà molto più complessa di ciò che non è apparso. Svagati ma vuoti, con li stessi problemi, le stesse paure di chi erano e chi sono adesso.

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La libertà di viaggiare è molto più relativa di quanto si pensi in questi tempi, il rating comanda su tutto, tripadvisor decide il ristorante più buono, le guide come lonley planet o routard i posti migliori da visitare, e se da un lato questi consigli sfruttano al massimo il tempo del turista dall’altro gli tolgono ogni soddisfazione dell imprevisto, ovvero il nocciolo duro di ogni ricordo: oggi se si sceglie un posto si sa già come mangeremo se si va in un posto si sa già cosa vedere e quella gloriosa libertà di scoprire appare sempre più un lusso per pochi. La libertà è diventata indotta, e non si trovano guarigioni alle malinconie, ai rimorsi se non si decide di affrontarne le spalle dal privilegio di viaggi come questi, sono i punti di vista che danno luci ed ombre, basta spostarsi, fermarsi. Dal Vietnam invece tante risposte appaiono solo come grandi occasioni sprecate, occasioni riempire definitivamente un vuoto sentendone i perchè, le molle, il flusso, quello invece che succede sono le vacanze-parchi-divertimenti dopo altri parchi divertimenti. Mancano gli scopi e abbondano le guide, esiste un uscita? Noi siamo ancora qui a cercarla.

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Finiamo la giornata in parata. I giovani vietnamiti che si preparano all’ addestramento per diventare soldati almeno 4 mesi nella loro vita, i mitra scaricati a terra per le esercitazioni da una jeep di ufficiali, i cadetti un po’ attempati e i vestiti borghesi in marcia senza folla in questa piazza arroventata dal sole sono l’ultima e bizzarra immagine di Huè!

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