Mongolia. È l’alba quando scendiamo dal treno, il cielo di Ulaan Baatar é ancora rigonfio di notte, la temperatura é artica e secca, siamo di nuovo sulla strada, i primi passi del mattino dopo giorni senz’uso: l’ostello dovrebbe essere nelle vicinanze, 2 km di distanza all’incirca, dalla stazione esce una nube di gente delle terze e quarte classi, una personcina imbacuccata di piumini e occhi orientali si avvicina chiedendoci se abbiamo un posto dove dormire: Siamo a posto, grazie mille! La signora insiste e ci regala la sua business card. Sorridiamo. Bair laa!
Usciamo dalla stazione inoltrandoci nell’oscurità. Camminiamo tre le “rovine” di questa città smembrata di ogni coerenza, senza un piano regolatore, senza un logico adagio di sponde, addormentata si ma non dalla notte, piuttosto da una guerra fredda mai vinta, la vita sembra come evacuata altrove, una piccola parentesi tra la fame e la sete di ogni giorno Ulaanbataar. La povertà scintilla in ogni grigiore, le vecchie case ai lati dei grandi viali raccontano un passato comunista che le ha tirate su, mentre i grattacieli, i Gher nelle corti, le baracche, tutto il cumulo di perplessità precipitato in mattoni le tira giù ai margini di un capitalismo orbo e appena nato: non sembra una capitale ma piuttosto un appezzamento di semafori e macerie dalle insegne storte, luminescenti e attempate. Non c’é un vero centro. Il mondo in Mongolia é una grande metafora di quello che è accaduto alla povertà: sta arrivando la grande ondata di marche e grattacieli nel vuoto, se ne sente l’odore, la ricostruzione in silenzio inghiottirà la spontaneità dei suoi oracoli, delle sue botteghe, delle sue scuole buddiste, le vie lasceranno spazio ai soliti saloni di bellezza e hamburger in un passato che solo le colline, le steppe sfuggono ancora di ruspe e interessi a cravatta.
Le nostre scarpe scricchiolano passando tra i lunghi marciapiedi ghiacciati, siamo coperti bene, le nostre parole creano fumi densi di freddo e il viso non inciampa mai in smorfie di sconforto, la nostre forze sono le nostre mete, un goccia di pioggia piovuta nel deserto, dolce di sete, un giro di ruota. È meraviglioso cavalcare l intuito, spogliarsi di confort, sentire il peso dallo zaino, la fatica, il cercare, autonomi, cervello acceso, telefoni spenti. Camminiamo nella desolazione di quest’alba, notturni, pieni di domande, senza parole, solo una lunga via illuminata di ombre e lunghi lampioni piegati.
Dopo un paio di sbagli e incertezze sulla via il buio e l’assenza di persone fisiche attorno,riconosciamo l’ostello: l’edificio é banale e cubico, quasi spettrale. Il colio delle infiltrazioni d’acqua, la ruggine proprietaria delle finestre, il grigiore, la puzza di muffa, la spazzatura dietro l’entrata allucchettata é nulla in confronto alla sorpresa finale: é chiuso! E chissà da quanto tempo! Non c’é più neanche il campanello! Possibile che “Hostelworld” non abbia chiaro cosa vende su internet? Qui sembrano passati secoli dall’ultimo arrivo! Un pezzo di carta dentro una busta di plastica contiene un messaggio bagnato e incomprensibile. Arriva il minuto di sconforto. Mai in 10 anni di viaggi ci era successa una cosa simile. Mai.
Passa il minuto ma il freddo continua a congelare le meningi, non possiamo stare fermi troppo a lungo viste le temperature siderali, la situazione é paradossale e forse riderne brucia calorie sufficienti a scaldarci un po, fatto sta che non ci sembra vero e scattiamo qualche foto, la città non sembra offrire nessun spunto, nessun bar, la periferia é anonima, buia, distratta, senza niente che la trascuratezza già non dica. Poi d’un tratto, l’idea. La Business Card della ragazza alla stazione! NB: In tutto questo, uno pseudo tassista, molto colpito dalla nostra conversazione di cui non capiva nulla si era fermato a osservare la scenetta quasi divertito, nessuno di noi si era accorto di lui ma parla inglese e cosi gli chiediamo se conosce la via di questo posto: ovviamente dopo una settimana di treno non abbiamo soldi, tranne pochi spicci russi ma va bene lo stesso, ci monta su.

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La città dal finestrino del taxi non ha emozioni. La via principale ha evacuato la sua anima, non c’e nulla che qui non appaia mangiato dal cemento, dalle speculazioni di un popolo che per religione affida ogni sua difesa al suo destino. E’colpa nostra. Dei nostri culi morti. Della carta dei nostri soldi. Degli Holiday Inn sorti in dieci anni. Deserti. Dei nostri commerci folli come quelli che permettono di vendere acqua francese in un posto come questo rigoglioso di fiumi. Come può accadere? Pance flaccide al potere.
Arrivati a destinazione l’ostello é affacciato su un grosso cortile d’asilo, svuoto le mie tasche di tutte le monete e i rubli che mi rimangono, lui mi guarda io lo guardo, mi fa vedere le foto dei suoi figli nel portafoglio, mi parla del suo magico 1996, di quando é venuto a studiare inglese in Irlanda, poi scattiamo una foto, ci lascia il telefono in caso avessimo bisogno di spostarci. Bussiamo alla porta e ci apre la signora che abbiamo incontrato alla stazione. Scoppiamo a ridere, siamo a pezzi e abbiamo una fame vigliacca. Ci togliamo le scarpe (come usa qui) ed entriamo al caldo, sono circa le 8, la signora ci fa accomodare nel soggiorno, ci porta la colazione: marmellata di ciliegie, The, una strana salsa di yogurt e cereali mongoli, pane e burro fatto in casa. Resta un solo grande problema: i biglietti del treno da Ulan Bator a Pechino sono stati mandati dall’Inghilterra all’indirizzo di quell’ostello “abbattuto”…
Ma non é forse questo viaggiare? Avere sempre un treno da perdere piuttosto che averne uno da prendere? Immergersi nella tenera occupazione di non averne nessuna, non aver nessun luogo dove andare se non quello imprevisto, fermarsi in un bar o in un parco per casualità, finalmente padrone e signore di ogni pensiero che passa senza aspettarlo, a tuo agio, disoccupato da ogni appuntamento o amore, disgrazia, assorto nella tenera vibrazione meteorologica del solo viaggiare! A letto i soffitti scompaiono, il nostro tetto é un unica e immensa proprietà di stelle senza volte di legno! Fuori la mattina che insegue il pomeriggio. I nostri giorni come sellati di novità al trotto di giorni leggeri. Felici.

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