Colazione. Pensieri che non sanno cominciare. Gli occhi volteggiano senza posarsi, ogni ragionamento fisso è dissolto dall’arrivo del prossimo e non c’è speranza come nessuna preoccupazione, le percezioni di ogni sguardo incrociano strade che bussano ripetutamente alla porta dell’attenzione che chiama, ferma, ammalia, sfugge e riparte in riflessioni lampo, senza traduzione, in profondità come una candela accesa nell’immensita del buio fitto di meraviglia.Pensieri che svaniscono nella piacevole stanchezza che avvolge i trenta gradi di questa nuova realtà di pappagalli in festa, lampioncini e festoni come un serpente bianco scosso dal vento sulla via principale sventola bandierine tagliuzzate di sole a picco: vivono le palme che esplodono in piccole foreste nei quartieri di gente in sandali di stoffa, nelle viuzze dai cavi elettrici filanti, cadenti, vivono le biciclette, i tuk tuk neri ape piaggio dai fari malfunzionanti, vivono i puntini neri affacciati sulle fronti di chi indaga l’esistenza, vivono le strade d’asfalto disegnate di gesso dal passaggio di una festività recente, muoiono le tv, gli spot, le pubblicita, gli store, i centri commerciali, vivono le mucche incoronate dal marciapiede dell’induismo che le salva rendendole regine di questa terra densa, vivono le scuole dei bambini in uniformi inglesi, vive il cricket tra galline che si rincorrono, vivono le reti di pescatori cinesi che smagliano, tagliano, riparano, kilometriche reti di silenzio e false onde che sfumano i loro piedi in acque torbe, antiche e senza tempo. Vivono le chiese portoghesi che punteggiano la terra rossa di croci al neon sopra le storie di Cochi, vive Vasco da Gama che qui trovò anni di pacifica morte, vivono i cimiteri olandesi abbandonati alla macchia di file indiane, convinono l’odori acri della fiera povertà che si mischiano di the al cardamomo, vivono gli occhi vitrei immantati di pupilla e stelle, vivono i giorni della settimana agghindati sempre a Domenica! Domenica! Domenica! Vivono le case ricche e marmoree sotto una slavina di verde pulsante degno di un romanzo di Conrad, vivono i banani, i manghi, le papaye, i frutti senza cognome, i minareti invisibili che risuonano canti lontani intarsiati dai suoni di corvi neri che girano senza tondo, muoiono gli uffici e vivono i cani senza dimora, vivono i bambini polverosi a rincorrere palloni slacciati di marche e consigli per gl acquisti, vivono gli elefanti a passeggio con trentacinque anni addosso, umani, intelligenti, divini, vivono le donne vestite in sari pastellati di ornelli e pizzi che scendono e risalgono in dolci colline di bellezza, muoiono i frigoriferi, vive il bambu e le schiene oscure che sorridono tra botteghe di sciarpe in kashmire, abiti, vestiti, banchi e tavolate di spezie, oli, medicine sanscrite, pentole, scale e colori vivi, golosi, da mangiare a manciate, vivono le pantere, i giaguari, le tigri nascoste che qui non sono solo nomi ma carne, ossa di un mondo non ancora finito, muore la velocità, internet, il lavoro, vive la diarrea, i cigolii, le piccole pozze di spazzatura bruciata ai lati dei canali fognari, vivono le toppe in cemento, muoiono gli alcolici, le posate sparite, vivono i morti ogni giorno tra sale e candele accendono i templi dei loro fantasmi, vive la compagnia dell’altro, muore l’ordine, la solitudine, convive il rispetto tra religioni di ogni tipo: ebrei, induisti, buddisti, cristiani, animisti, vive il poco fumo dell’incenso fatto a mano dall’aroma d’anguria e suoi mille gemelli, muoiono le auto, vivono i lungomari di panchine consumate dal tempo, muoiono i turisti che qui evitano, vivono le caste feudali, l’afa, vivono i generatori che saltano facendo cadere la luce nei ristoranti senza scontrini, muoiono i selfie e chi si lamenta, muore l’io, la pubblicità, e vivono tutti i ricordi che si affollano senza riconoscerli.
Vive tutto questo aspetto fuori da me, eppure non si conosce mai nulla su cio che si vede, è solo il mistero, la sorpresa ad avvicinarci o dividerci da una meta che non c’è. L’unica strada è quella di esserci ed esserne testimone, gli appunti, non la felicità ma la consapevolezza e le sue conseguenze, i suoi richiami non hanno ne ragioni ne istinto, arrivano come onde: senza volerlo. Il Kerala è tutto cio che sfugge quando le parole sì fanno chiare e un contorno traccia un insieme, un modo per per metterci un punto. Ma non è mai cosi, l’occhio è invero, il necessario è dentro di noi proprio quando tutto il paesaggio resta fuori. 
E.G.

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