Le scarpe di cuoio dolomite incalzavano il primo strato di ghiaccio sopra la calotta di neve Mongola, loro sempre loro. Avevamo conosciuto Lei in ostello dopo un rocambolesco arrivo da Mosca, una settimana di treno, 7 fusi orari, un oceano di 8000km superati giorno e notte dall’antico spazio di una cuccetta a castello di un treno carbone, cibo leofilizzato, noodles, the, scatolette e punte di 40-45 km/h nei tratti senza soste! in testa avevamo un mezzo sonno che non aveva abiti ne ore ne luci fisse su cui orientarsi, la nostra vita era li dentro eppure mai come allora ci sentivamo fuori, rapiti in questo spostamento che di gambe non aveva piu la funzione, le fermate erano scritte in un metallo opaco, era cirillico poi cinese, niente scritto in inglese: superammo in dissipante lentezza la taiga siberiana, il deserto del gobi, il Baikal, le scintillanti regioni del Khan fino a ritrovarci qui: Ulaanbataar, una citta il cui nome dice poco o nulla sull’attualita del nomadismo nelle steppe Mongole. Una città senza vicoli o centri o vie o ponti, sembrava che tutte quelle strade si fossero incontrate li per uno strano caso di coincidenze e incroci, di capitale non c era nulla di significante, nemmeno una piazza sulla quale avrei potuto dire che fosse stata la principale, forse 3-4 piccoli grattacieli di qualche tv o di una qualche banca: l’ambiente era bosniaco con tonalità televisive anni 90. L’atmosfera era oppressa di poverta filorussa. Eravamo arrivati zaini in spalla(congelati) alle 6 del mattino e questa donna tutta altezza e stazza aveva subito provato a farci da guida: immediatamente pensai che doveva essere estremamente duro tenere aperto un qualsiasi hotel in questa citta che piu somiglia a una stazione di servizio che ad un posto brutto abitato da belle persone, ed era strano incontrare viaggiatori invernali da queste parti, le temperature erano sempre piu artiche, -40 gradi, ma la UB era uno dei pochi snodi di cambio per raggiungere le Cina via terra abbastanza “velocemente” e cosi l’alternativa faceva gola, faceva gola non usare aerei, rinunciarvi e abbracciare tutti gl incovenienti del caso, ma anche tutte le montagne, i laghi, i marciapiedi, le dogane, gli animali, i tramonti, i pasti, gli sguardi del caso. E i dettagli sono difficili da descrivere poiche quasi sempre hanno a che fare con lo stupore mentre quello che forse sentivo battere era una profonda normalita in cui avrei potuto essere ovunque senza che niente potesse corrompere questo strano e piacevole equilibrio.

Senza dubitare, mettemmo avanti l’istinto e ci affidammo alle sorti di questa prima e nuova conoscenza Mongola. Con noi si erano aggiunti due ragazzi Australiani, arrivati anche loro in quella stessa caotica mattina senza sole. In pratica questi ragazzi non decisero, buttarono gli zaini a terra e sorrisero come sorridono gli Australiani, con quell entusiasmo di chi non ha storia da vendere, ma è sempre pronto a meravigliarsi, mettersi in gioco e scoprire quello che avrà da dire la giornata in arrivo. Molte vite si affacciano, gli Australiani no, loro saltano in alto per certe cose.

Balzati tutti quanti nel retro di un minivan senza gloria ne aria calda eravamo pronti per il grande deserto, fuori un freddo puttano: -30, era la spropositata e glaciale steppa mongola. Erano anche gli inizi di un Febbraio di qualche anno fa, il panorama era meravigliosamente catarinfrangente. Prendeva in giro la luce portandola a spasso su linee di neve che diventavno un panorama e che parevano salire ad ovest mentre il sole continuava la sua ascesa nella bella giornata! I fiocchi di neve erano qui cristalli perfetti, come cuciti a freddo, resistenti, affilati.

Gli obbiettivi di questa virata al percorso che avremmo dovuto compiere era imprecisabile, l’aspettativa aveva mollato almeno 5000 km prima del nostro arrivo, mentre l’immaginazione partiva continuamente da zero come non avesse elementi su cui contare o azionare un cronometro o una nota. E non c’e modo di aspettarsi nulla quando la novita accellera forte e noi si ha gia la fantasia premuta sul gas su quello che stiamo vivendo: forse volevamo allontanarsi dal vizio di certi confort per goderne del soffice ricordo di averli avuti e non averli apprezzati oppure volevamo ancora una volta del tempo, dello spazio per immaginare il passato e riflettere, elaborare una strategia un dono che non facesse andar sprecata tutta questa vita che cercava un destino, probabilmente non avevamo sassi da toglierci, ne dolori da cui fuggire, avevamo con noi i nostri monsoni e la capacita del nostro inconscio e volevamo nuove vele per andare a capire cos è il mondo e come funzionava senza che nessuno ce lo potesse raccontare invaso di giudizio. Volevamo la verginità, volevamo leggere, studiare, odorare in prima persona e magari volevamo scoprire cosa dorme al di la di questi assurdi confini che ci dicono di morire per questa o quell altra nazione. Volevamo osservare ma anche ricordare questa citta senza alberi che è Ulanbator: un luogo senza parole nelle strade, senza poesie sui muri, senza suono che fosse un bambino, un cane, ma fatta di ogni superficie spessa e impenetrabile a un viaggiatore con cosi pochi giorni di passaggio! Probabilmente non avevamo molti motivi per andare, ma tanti meno ne avevamo per fermarci.

Il caso aveva bussato dopo una giornata spesa nei giri tra i templi storici di UB, templi particolari, templi dove si bruciava polvere di alberi sempreverdi dal profumo d’abete, templi in cui riconosci qualcosa di conscio e spiritualmente goniometrico, templi dove esci denso e non sai piu difendere, spintonato da pensieri di rotondità universale, e qui torni scivolosamente umano. ti colpisce l’incapacita, il disprezzo che l ignoranza ha verso questi edifici che immobili fanno correre messaggi lungo millenni, ti colpisce la spensieratezza vuota di voler catturare il tempo, senza sapere cosa distinguere, incavati in pessime abitudini, disorientati dalla societa e i suoi vizi nei drink in cui ti specchi e non ne vedi il fondo.

Intanto i piccioni svolazzavano indisturbati rovesciando quintali di merda sui tetti di cipresso rosso intarsiati delle pagode di olmo decorato : il presente di chi arriva qui, vede il futuro sfregiare il passato nella sua piu devota e temeraria radice, l indifferanza, tutto è sporco, grigio, glaciale eppure c e come della mitologia in ogni respiro, gli occhi sono esuli di pubblicità, sbarazzati da tanta finta e bella offerta del mondo consumista a 7 fusi orari da casa. Ci sono tanti dubbi in questa terra e trovano altrttanto silenzio nella fragilita che tiene insieme questo discutibile benessere. C è altro e qui, non se ne trova il dove.

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