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“Erano le 17, ci trovavamo a 250 km da Ulaanbataar, fuori dal finestrino un deserto senza strade, eravamo impantanati in mezzo metro di neve, senza un telefono cellulare, senza un gps, con la notte alle porte di un tramonto in colori maestrali freddi, come usciti dal fondo di un vaso di vetro soffiato, il mezzo era un tipico minivan koreano che il nostro guidatore se l’era vinto con una scommessa guidandolo fino in mongolia, troppo pesante per viaggiare sulla neve fresca senza catene! non ne avevamo certo fatto un caso di stato alla partenza, l’euforia era cosi intensa e senza imbuti che il desiderio di scoperta pareva un fuoco d artificio che scoppiava a ripetizione nei nostri occhi, il nostro corpo era totalmente presente in discorsi sul conoscersi, alluvionato di avventura e violenti soffi di gelo su sobbalzanti oceani di pace.

Aldila delle nostre immaginazioni, nel mentre, una famiglia di nomadi, i Kasak, in un tendone di pelli a camino fumante, alla stregua di tutte le globalizzazioni a poche ore d’aereo, ci stava aspettando per la cena. Pazzesco pensare che fossero laggiù, arrocchettati in un qualche imprecisato punto del buio di questa notte che non aveva alcuna luce all orizzonte. Quella sola famiglia nel raggio di centinania e centinaia di chilometri, non una citta, non un traliccio della corrente, non un fiume, non un bosco, questa realta ci stava passando accanto, eppure tutta questa invasione era li, ma non pareva insesnsibile; in tutto ciò non avevamo piu idea delle direzione da seguire, avevamo perso la strada, la tempesta di neve aveva ricoperto persino i riferimenti delle distanze piu calme, le poche intersezioni d’asfalto erano nel raggio di poco meno due Italie, ma eravamo vicini, quello che sapevamo era che dietro quella piccola collinetta occultata avremmo avuto una visuale maggiore e magari saperne di piu sulla direzione. La steppa mongola infatti, sembra davvero pianeggiante, ma un osservatore attento che esce a calpestarla di passi e visione riconosce subito la sua pelle da lontano! Cosi ho visto fare. Cosi ho era la steppa: un picnic d’infinito puro, fitto di dossi mai certi, ricurvo poi teso, sinuoso poi cieco, pendenze, scollinature, gorgheggiamenti, buche finte buche, sprazzi di lunga erba gelata e mai neve, la steppa è dei cristalli di neve! La neve è qui cosi sveglia che ogni nome è solo un amico che lo ricorda, la coltre bianca è cosi fine e abbalconata che queste sottilissime trasparenze si rivelano in lunghe guaine di fiori come schizzate via da rubinetti e righelli del vento, del vago, del caduto in microscopi di fede, una costruzione pungente, ciliegiosamente gotica! In questa Mongolia, simmetrie di nevi esagonali sbocciano nel ghiaccio senza pressione, acuminati, senza foglie, immantellati di freddo frattale che inspira in loro la bellezza fragile di un mistero e il suo palmo di pronostici, una prateria solo intuita, progressiva, moderna, sempre attuale. Misi “Dog days are over” per isolarmi un attimo dalla leggera compagnia del gruppo in cui si parla di se, e si descrive interessi e se stessi. Ero lontano dalla cognizione di me, di loro, io in quel deserto vedevo solo palette e secchielli con cui far giocare il mio amore simultaneo e onniscente. Qui dove il servizio postale non arriva, dove non c’è corrente ne ristoranti, dove neanche la bandiera non sembra contare su nessuna soglia di lingua, un appartenenza: i nomadi che si muovevano come una voce di passaggio che non lascia segno se non dentro, interno a chi per natura ha tanta frequenza di inciamparvi e lasciarci ideogrammi.

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Avevamo pero un telefono e quando il segnale torno a funzionare, qualche ora dopo una mitsubishi bianca che aveva visto sicuramente tempi migliori, sfrecciava leggera sulla neve fresca il lontananza, come un miraggio coi suoni di un emporio, lo sgonfio soffice della neve che cedeva un poco in quel suo inconfondibile rumore di acqua quasi solida lasciava passare dai suoi mari questa sconquassata di uomini nomadi al volante di quell improbabile automobile. La macchina inchiodò vischiosa vicino al van, il tramonto aveva avvolto il cielo in un pianoforte di raggi gelidi, la pietra grigia delle facciate dei piu alti orizzonti erano intinti di turchese indefinibile che lasciavano passare qua e la spessi tuffi di nuvole disagiate.

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C’era un nuovo Partenone intorno a noi ed era in quel boato di colori alla sera. E il tramonto durò a lungo, era una Provenza di fischioni senza terra, senza steli, i fiori i profumi freddi erano disciolti in nasi e polmoni acerbi, la volta illuminata risplendeva rosea nell’interminabile capacita di ghiaccio che circondava il nostro piccolo koreano e i suoi problemi, non si vedeva altro che lo show di evento apparentemente senza confini, non c’entravano. Eravamo isolati, ma non in pericolo, il pericolo arriva quando pensi visualizzi le conseguenze di un fatto che potrebbe ferirti, la razionalita, la naturalita sono doti molto importanti per un viaggiatore: perche se volessi potrei anche scalare l’Everest senza gambe, ma senza l’allenamento a essere incondizionati e curiosi con tutte le forze che tengono in tensione l’armonia di un equilibrio, senza il talento e l’attitudine a vedere come va a finire la giornata, si andrebbe poco lontano pensai. La presenza, il qui e ora è un fatto di fondamentale abbandono. È ballo. Imparare a pregare. E’ esattamente la via del Tao. E se il viaggio non è che una ridotta metafora di miliardi di esperienze compresse e tutt’altro allora il vantaggio è di poterne ricavare le libere istruzioni del caso e stare certi di scrivernene di nuove, di scegliere con cura il proprio cuore e i propri cavalli da usare.

Gli amici del nostro guidatore ci salutarono senza aiuto di parole (come del resto spontaneamente facemmo noi) i loro occhi erano piccoli, sferraglianti, leggermente ondulati, mulatti e punteggiati, giovani rughe scorrevano i loro visi quadrati, il freddo scivolava via le loro gote senza tagliarne alcuna espressione, era una scena ai limiti dello spazio, il sonaglio di una catena senza domenica Tirammo fuori altre pale dal bagagliaio e insieme cominciammo a scavare piu forte che potevamo: tirammo via la neve incastrata dalle ruote del parafango, riparammo la coppa dell olio con delle cassette di legno, scoperchiammo la neve davanti nonostante non trovassimo mai nessun asfalto e il respiro si ghiacciava fuori dal naso, tagliente e incondizionato, non c’era altro che scale e gradini di bianco finissimo, la totalità di un atmosfera che non avvolgeva i pensieri ma li trapassava in altri sottili che non avevano presenti ne assenti.

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La notte era arrivata senza ore ne cespugli, non c’era luna e i fari del mini van illunavano a pupille divelte il lungo fascio di steppa su cui si piegavano i nostri sforzi sfuocati: a meno -38 le dita delle mani congelvano in pochi minuti: le ragazze nel van scaldavano i loro guanti per sostituirli ai nostri e ridarceli caldi, nel furgone non c era il caldo che ci si immgina, ma un freddo minore, erano ormai 3 ore che eravamo bloccati, eppure, niente al mondo mi avrebbe fatto restare fermo ad aspettare altri aiuti. La mente, il respiro che si agganciava alla pressione del cuore vivo, l’istinto, la difficolta ubriacava le mie forze senza alcun tipo di debolezza, cosi non appena la “pista” era liberata di qualche lungo metro di neve eravamo gia tutti dietro inginocchiati a spingere quel pachiderma a motore, la neve nera delle gomme ci schizzava la faccia e tutto quel cassone continuava a slittare ondeggiando con le nostre mani sotto quelle sgassate di neve: non si riusciva a fare un centimetro, il cielo sopra di noi era piombato in scintillanti pozzi neri, poi d’un tratto il CLOC d’un sobbalzo, l’attrito della gomma acchiappó magicamente un ciottolo di prato, come uno schianto due faretti rossi salirono via a singhiozzi di altro fumo ubriaco. Vedemmo il van accellerare affannosamente tra le sinuose inconvalescenze della neve, vano nel non cercar di perdere spinta: ci riusci per qualche metro, spalancato nel buio liquido di una manovra senza speranza.

Ripetemmo la mossa qualche decina di volte, si perche intanto il van si rimpantanava di nuovo e tutto quel lavoro estenuante ricominciava da capo senza possibilita di grandi alternative visto i geni al volante. In ancora tutto cio le ragazze con noi erano alquanto impressionate, avevano freddo e la stanchezza cominciava a dare i primi segni di cedimento, erano spaventate, ci mettemmo altre tre ore per fare i 600 metri di una salita insignificante, fronte a noi l’indefinibile cappello di una notte rarefatta, la desolazione di un deserto fluorescente dalle linee morbide, otturate, dure, come in lontananza. L’orizzonte di 360 gradi aveva come unici ostacoli un fienile in legno abbandonato forse per la lunga stagione invernale, non c’era vento ma sommergibili di stelle che emergevano in lentiggini di luce, e quelle si che avevano terreno fertile, ogni affinità di casa era morta, ci sentivamo forti e sovrannaturali, lo spirito agguantava il pilota automatico di tutti noi, intorno a noi, le nostre sarabande, le nostre maschere erano bruciate di aghi neve che ancora infilzavano il viso, il nostro sguardo pendeva ricco, dinoccolato su pochi pori che sotterranei riuscivano a sudar via il tempo, un oscurità senza firma accendeva la neve di nuovi riflettori: luci senza umani, non-citta, marziani, l’inaccessibilita di una bellezza intatta, candida, piantata sul tenue bagliore delle nostre nuche. L’atmosfera era pupillare, calorica, travestita e meravigliosamente incompresa nel pianale che dal mondo e dall’universi s’udiva fin sopra i nostri cappelli di lana ghiacciata.

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I neon lunari di questo continuo blocco aritico risplendevano lo sguardo di attorni e confini stretti nella medesima cornice di paesaggio inaccessibile, come atterati di colpo in una delle celesti vallate del polo, eravamo li dal pomeriggio, il cielo e il tempo, come del resto il piccolo caravan, non funzionavano piu, ancora li, come gocce di scrivanie dalle morbide zolle di un Cielo-Renoir e la sua pittura di prisma infuocato. Spinta dopo spinta e senza più occhi, trovammo finalmente la neve compatta che portava a quel riparo, spendemmo le ultime braccia a parcheggiare il van vicino alla baracca, ma non avevamo scelta, restare li signficava lottare ferocemente con un freddo che non aveva dita di fiocchi ma persistenti lame di ghiaccio a farti addormentare per sempre, non potevamo aspettare nessun altro, non eravamo ancora arrivati a nessuna destinazione cosi coprimmo il furgone con un telo, le ragazze salirono insieme ai due amici sulla mitsubishi senza catene, demmo una spinta e partirono a tavoletta verso Kasak Family, stavolta non era piu cosi leggera come l avevamo vista arrivare: guardavamo da lontano il tossettio fuligginoso di quell’inaspettata combriccola di nostri amori e perfetti sconosciuti sperando l’accampamento fosse davvero vicino e non un miraggio per entrambi.

Eravamo cosi rimasti in tre, con il nostro driver fermo a riparare il sottoasse dalle buche prese per sei ore, non eravamo certi che sarebbe tornato con noi a piedi, non eravamo certi di nulla, così, visto che la mitsubishi dei Kasak non poteva avventurarsi di notte eravamo rimasti noi due, io e Oscar, l’Italiano e l’Australiano con circa 3 km a piedi da percorrere senza torce, senza luna, senza alcun punto di riferimento se non una stella presa come meta in cui si dirigevano le tracce delle gomme. Ci trovavamo nel cuore di un deserto polare con adesso un unico orizzonte di montagne fianco dietro e fronte a noi. Una pianura stupenda, forse lontana nei nostri ricordi, le parole ne indossavano la quiete ma il pensiero trottava veloce come fosse in gara con la realtà che ne sgusciava i temi. Il senso pioveva. Camminavamo piano affondando gli scarponi di bue e con lo sguardo in alto. Non ricordo altra atmosfera al pari di quella notte, ricordo l’assoluta dispersione, la freddezza verticale di una dismetrica brocca che versa olio d’oblio: qui esistono ancora le mandrie di cavalli extraterrestri direi, quelli che non hanno briglie e vivono e non sopravvivono il freddo, la notte qui in Mongolia è una cupola che non potremo mai studiare a pieno, l’oscurita è liquefatta in un perenne intro dai Pat Garret e Billy the Kid. l’aria è un rito che si nuota ma non qui dove ogni anima ha il suo monastero, qui dove l atmosfera è così solida di mezzanotti che succhiano, mangiano con la bocca di un ghiaccio sfrenato: quello che avrei voluto scrivere è rimasto li, in qualche toppa di terreno aperto, troppo sottile questa non-sensazione per la dorata zanzariera delle parole, troppo ambulante, l’inconsistenza di questo dialogo lento, schiarito di ragionamenti, troppo infinito qui per metterci, più tardi, la staccionata di una frase definitiva su computer, come si può gonfiarsi la bocca di autenticità quando si sa di pubblicare un approssimazione, un evidenza con indosso una data di scadenza? L’umanità stessa ha una scadenza, un inizio e una fine e ogni inizio non cambia la fine, ma la racconta, la perseguita, l addenta ne gode per la misteriosa scoperta di non toccarla mai di logiche umane: quelli che sono riportati qui sono piccoli tumulti di questo tutt’uno che sfugge alle memorie minerali di questa specie e le sue biglie d’inesprimibile chilocosmo. E non c’è forma che abbia in se la descrizione di una bellezza compiuta in un fatto, può esserci nel frame di in un ricordo, nello stampatello balzato in atrio di voli, e c’è qui, ora: per un umano sempre.

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La nostra specie ha piu di 200.000 anni, ė praticamente nata ora se la paragoniamo al tempo che prendiamo in calendari ed è facile suggestionarsi di dolcissime menzogne quando una felicita pare cosi nuova da non saperla disboscare con i difetti, si cercano espedienti, abitudini per tornare consciamente mediocri e ogni trucco della mente scova in se una nuova personalità che la protegge e lo indica come un arbitro dai fischietti di tenace illusione. È la corrente di un energia che non ha batterie ma tamburi, arterie, lapilli di cuore primitivo e indicibile a beute d’esperimenti con verità,anima,cervello, uno smisurato noi che congiunge tutte le vite di radici in chiome, di frutti in terra, di morti in nuove radici.

I lunghi stivali di pelliccia affondavano sotto lo sformato di neve penicillina, non si distingueva nulla di certo tranne la nostra stella, vedemmo del fumo, poi un recinto, poi quasi tre tende, una luce a terra, Kasak Family era sicuramente tra quelle ombre, il buio era una melma senza menzogna, pensieri ipnotizzati facevano eco sotto il fruscio del nuovo nevischio in arrivo, il richiamo di un condor era un coro di continenti condensati in silenzio mozzato, l’ululato dei cani randagi zappava l’aria di nebbiosa paura, improvvisamente tutto si ravvivo d’istinto e i nostri piedi cominciarono ad adandare nella direzione che avevamo scelto. Cantando la paura faceva meno paura.

Il momento piu bello di ogni viaggio è la fine di ogni viaggio, dove torni e non ritrovi piu nulla del tempo indietro, nulla mai, il viaggio ti permette di osservare e diventare osservatore, e questo ti pone piu domande, quanto piu la tua prospettiva si sposta, quanto piu sei in grado di scegliere cosa cercare, dove posare lo sguardo, l’olfatto dare, lo spunto della definizione si espande e contrae come un occhio, un laser che spunta e mette a fuoco, elabora e immagina in specchio lunghissimi attimi di doppi ragionamenti funzionali: uno dello spazio fisico della materia corpulenta l altro piu etereo, vasto e intangibile dello spazio astratto ai nostri cervelli, bucato d’intuizioni che in alti grattacieli d’assurdo sfidano (pateticamente) il primo cielo a disposizione dello sguardo. Tornare da un viaggio è masticare con un altro gusto, non è solo un altro sapore sotto un altra bandiera: è tornare senza più fermarsi! Non è la sofferenza nella nolstalgia, non è la soddisfazione dell aver superato una mancanza, è soprattutto lo stimolamento attivo della ghiandola di fascinazione, i tuoi occhi indossano occhiali che non creano illogie di forme in relazione: è semplice architettura oscura di ogni prima volta che si ripete in azioni e quotidiano. Tornare è essere ogni volta preceduti di un passo dove hai in te casseforti di stili sfogliati e ramificazioni, usi, esperienze, cacciavite, chilometri di pregiudizio smembrato: il tuo sguardo sbarca nuovo di fronte a ogni panorama. Vivo. In se ha tutte le distanze, qualcosa si è aperto, i volumi d’un baleno di cento tramonti allungati tra pozzanghere di pensieri a imbuto, i sentieri che dividi tra i  sassi.. Ogni viaggiatore porta con se la macchina del tempo della lentezza di un cuore catodico, sintonizzato verso casa. Non si puo comprare la sensazione di ritrovarti turista del tuo borgo, delle tue case se non si molla l velocità, i quartieri di muratura giallo pallido che si mischiano a portoni in vetro grezzo e ottone pontassievamente sformato e ferro battuto e persiane verde antico di crepe sono adesso abitudinaria poesia. Provo ancora a spostarmi, la bellezza ha le braccia e non c è gioco migliore di quello di un sincero abbracciarsi, il solito che suggerisce un inconsueto lasciarsi, questo è il viaggio la sensazione post moderna che non ha base, non ha giudizio, è l unica astronave che da senso a tutte le decisioni importanti. Solo spostandosi esistiamo nelle nostre domande e rispondiamo nel mondo di ogni giorno, non c e più viaggio nell’aspettare una chiamata, nello spostarsi da un posto all’altro, nel comunicare, nel muoverci, non c e più della sana solitudine ad apprezzare la mancanza, la felicita, la speranza: la velocità sta spazzando via le teste di chi le porta in giro e non le usa.

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Non l’adattamento, la morbosita, la vanita dei luoghi visitati, le tappe di una surreale gara podistica inter-nazionale. Viaggio è le idee che rampicano come un solletico tra le mani, il viaggio è quello odor vernice fresca al mattino e sassi sparsi ovunque, il viaggio non è mai pulito. Ha polpa, ha scheggie, ha sangue, ha folti e profondi intervalli di cammino.

Non siamo neanche a meta strada che le nostre parole in inglese si sospendono. I ricordi sono a vagoni e assumono un altro senso se cammini a fatica e li rivisiti da lontano, dalle tasche di un movimento in avanti. È la contemplazione del paesaggio della propria vita il privilegio di chi si mette in moto per una causa che sia la sua. Il viaggio non è visitare, non è catturare, non il luogo, non l ambiente, il viaggio è l’essere imbevuti di apnee a correnti lucide i giorni dopo e quelli ancora dopo, e dopo, dopo la realta è una centralina di passi tra nervi e nazioni: è il meraviglioso caos del contesto assorbente a illuminare il mondo di tanti imbecilli. E il respiro in un viaggio beve tanta diversita quanto ne vedono gli occhi fonocromatici: solo che questi hanno tutta l’arte dalla loro parte e sono tascabili. C’è altro? E se il viaggio non fosse soltanto che una livrea di quello che accade e accende lo stare qui? Forse qualcuno smetterebbe domani di addomesticarsi volontario in qualche lavoro indeterminato: gente che lotta pur di avere la frustrazione di una certezza: il sacrificio di 40 anni della sua vita in una miniera, in un altoforno a sputare polmoni, vecchi e giovani di mancato coraggio che pur di non immaginare, non corrono mai a inventare un mondo migliore, non si spostano con le gambe, non si spostano con la mente, privi di ogni strategia, areodinamicità, sterminati dentro come un deserto di ditte senza idee che ci facciano piovere in ragionevoli giardini!

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Intanto Kasak family era arrivata, due ragazzi uscivano da una galleria di buio senza lampadine, sudici di paglia, intatti ma sporchi, imbrattati di tutto cio che non ha nome e lo urla in grandezza, cosmicità, arredo. Aprimmo la porticina in lamiera della tenda e tutti erano li con in collo un sorriso. I nostri zaini pesanti, i visi appena rifugiati entrarono in fila indiana in questo caldissimo utero dalla forma di un tripudio di tende. Di colpo la stanchezza si disperse sulle schiene pacificate, le brande e le pelli facevano da letto e lenzuola: eravamo davvero arrivati, cotti, esausti, felici come solo una grande stanchezza puo spiegare, allora ci sedemmo definitivamente a terra, immersi tra la pace e la rimembranza imbottita di questa nuova placenta: a mezz aria volteggiava l’odore di carbone, c’era condensa, i bambini che ti fissavano in obliquo come fossi uno sfondo da voler comprendere, un cartone animato venuto fuori da chissa quale tempesta. Il pensiero era tiepido non aveva microcosmo ne paranoie, ne banconote, ne tv, ne affetti, ne software su come dovevamo apparire in quel momento, solo la barba era folta, eravamo spogli, telescopici di ogni abitudine lasciata in stand by, sudati di ogni ambizione come pirati stanchi in penombra. Allora non ci rendevamo conto di quanto eravamo vivi. Adesso lo so. Lo so frugando tra queste bucce che cadono scrivendo. Lo so tra i cortili di questo steccato che non è romanzo, non è informazione, ne diario pseudoartistico. È solo fornello, cucchiaino, infuso di questo corpo che rivive solitario tra la folla di un milione di superfici che successero.”20140903-002928-1768742.jpg

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