Di Tekatte Merini.Immagine

Qual’è il valore che il pubblico da all’esperienza dell’arte contemporanea? Cosa ci portiamo realmente a casa all’ uscita di un museo di arte “moderna”? Quant’ è efficace, oggi, la novita nell’ambito artistico? E’ lecito pensare che una sinergia tra Arte contemporanea ed esperienza culturale possa generare un cambiamento concreto alla nostra quotidiana indifferenza?

L’approccio dovrebbe essere totalmente innovativo: stimolare una precisa sinergia tra esperienze e competenze nel contesto di Arte & Business. Manca di magnetismo! L’ innovazione non dovrebbe essere prettamente tecnologica, bensì culturale e pirotecnica! Lo sforzo deve essere quello di superare la superficie cognitiva dell’opera per arrivare a leggerne i sottotitoli trascendenti, la cultura è diventata intrattenimento e le persone si sentono sempre più inadeguate poiché non ritengono di aver competenze tali a comprenderla, c’è come un scollamento scricchiolante tra arte e realtà e questo è manifestato dal paradosso palese che l’arte dovrebbe essere lo strumento per eccellenza dell’ espressione universale umana.

Bisogna uscire dallo stereotipo dell’ artista e dell’arte, poiché il rapporto estetico non è sufficiente, dobbiamo sintonizzare i piani emozionali e logici su una nuova deontologia del noto per ovviare alla frustrazione di un pubblico che si sente distante, dobbiamo essere fecondi al cambiamento assoluto, le idee devono camminare; la spettacolarizzazione della cultura, l’attenzione ossessiva alla vita mondana, la necessità di un giornalismo sganciato dagli addetti ai lavori sono soltanto alcuni degl’ argomenti che dovrebbero farci riflettere: chiunque utilizzi il potere della creazione deve (prima o poi) inventarsi delle strategie, delle tattiche per coinvolgere inconsapevolmente, e dobbiamo lavorare sull’ azzeramento del gap tra arte e pubblico attraverso un sistema di vasi comunicanti, ci vuole un giornalismo a forma di parassita: deve aggredire le consuetudini radicate progettando protesi di spazi culturali, azioni virali affinché il pubblico rimanga contagiato non solo dal lato degl’occhi ma anche e soprattutto dal volume dei suoi contenuti. In questa grande e ipotetica congiuntivite del contemporaneo si dovrebbe intuire poi come un senso di sentimento intelligente che rimbalza da una parte all’altra della quotidianità, che sporca le azioni d’intuito e forte simpatia (simpatia, dal latino: sentire insieme.)

L’artista deve sempre più avere il coraggio d’ infangarsi, prendersi la responsabilità di riconoscersi come retroguardia civile a favore del pubblico, gli artisti devono essere meteoriti che sussurrano ai distratti una nuova fenomenologia dell’ intorno, nuovi argomenti, nuovi dettagli, devono saper intercettare, generare un cambiamento che faccia galoppare le idee alla velocità delle astrazioni e ci dovrebbe essere la convinzione che le arti siano palestre eccellenti per costruire ambiti ossuti di pubblici attivi, ci dovrebbe essere, e forse siamo agl’albori, dell’ intenzione di estendere ogni differenza in un momento di comune connessione interiore dove la propria formazione è scavalcata dal fiume dell’apprendimento intimo: il superamento del giudizio, della comparazione, degl’opposti.

Bisognerebbe cominciare ad abolire le programmazioni e incentivare così quel passaggio definitivo che sostituisce le competenze con le capacità: solo cosi il paradosso dell’ arte potrà smettere di essere tale. Almeno per un po’.

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