BUENOS AIRES da Montserrat.
Giorni uno e due.

Piccola premessa.
Non chiedete foto di paesaggi a questo Blog che Internet gia non possieda, sarebbe uno svago di tempo per entrambi che potremmo comodamente trovare in ogni dove. Qui è NonLetture. Le vanità turistiche costano poco oggi e molto spesso non valgon di piu che una bellissima copia della realtà da collezionare e perdere. L’esempio muove il mondo ogni volta che una persona raccoglie un rifiuto che non è il suo, restare in basso pensando in alto è la sola bussola che mi ferma ogni volta che le mie spalle abbracciano uno zaino, l’insicurezza è la Bibbia che recito quando sento ferme convinzioni su quello che è meglio per me e solo allora le radici premono per rimanere bigotto, per sopportare, per rimandare, per cercar sempre il controllo in ogni aspetto del quotidiano e soddisfare il piano del mondo per me e per te: avere il posto fisso, farsi un mutuo e consegnare i prossimi trentanni dei nostri sacrifici per creare una famiglia. Non voglio pensare alla mia pensione: lo stesso Dante, o Dalí, o Baudelaire o Nietzche erano precari: non voglio sentirmi afflitto, depresso o peggio ancora obbligato da questa zavorra morale che il mondo vuole farmi firmare facendomi preoccupare per la mia pensione: semplicemente, nell’intimo, non voglio vincere a questo “sogno”, voglio cambiare le regole del gioco perche fuori da qui, ho visto che chiunque si affidi alle proprie capacità creative per guadagnarsi da vivere alla fine della giostra esce sempre vincitore della vita che ha sognato d’indossare da sveglio. Cosi scrivo di getto un Haiku.

“Non tutte le onde raggiungano una sponda,
ma tutte scuotono la superficie di nuova corrente.”

Nella partenza o al principio c’è come un bilancio di parti in cui una spinge a buttarsi e l’altra a rimanere a guardare le stagioni che si passano il cambio, ma allora cos’è il coraggio? Cos’è l’equilibrio? Solo le azioni consapevoli ci spingono dentro i contesti di quelle che comunemente chiamiamo vocazioni e allora perche risulta tanto raro acchiapparle al volo quando non facciamo altro che cadere a terra? Quello che in questo progetto mi scintilla son le farfalle invisibili che definiscono il mondo: bellezza e brevità, tristezza e impermanenza, felicita e dolore, organi vivi che non si vedono ai raggi x ma che risuonano e vibrano certi su ogni pianura o vetta di questo globo e le sue bestie. Lo speciale che luccica quando si tira dritto indifferenti e indaffarati, l’emozioni umane universali e come avvengono, solo di queste parentesi tratterò in queste lente parole.

Viaggiatore.
La mia cura è tutta per le emozioni lessicali che spero di raccogliere senza tradurre dalle mie mani ai tuoi occhi che scorrono: sarò sincero, sarò onesto, sarò generoso, sceglierò le vocali con il tempo che occorre senza preoccuparmi della loro cadenza, non mi risparmierò perche solo cosi l’eredita della mia vita potrà esser preziosa e ispiratrice senza il tempo e lo spazio che oggi ci divide.

Vagabondaggio. Utopia. Romanticismo. Questo è lo schema del viaggio sul mio diario e non sarò io a far la direzione ma il meteo, gl’incontri, lo scopo, l’imprevisto che con un unica destinazione dicono: Ciudad de Panama. Tredicimila chilometri di tempo ignoto mi dividono dal mio ritorno. Non farò tour, non mi farò guidare, non prenderò aerei, non avrò alcuna prenotazione con me. Al contrario, in mezzo a tutto questo oblio di geografie sconosciute e persone mai viste, avrò con me tutto ciò di cui ho bisogno per riciclare felicità: la mia bella compagna, il caro amico Ruggiero, i libri alleati, quelli da donare, una penna viola regalatami in Mongolia, un quaderno di carta reciclata, le mappe del sud america e lo zaino da montagna. L’esperienza di un viaggiatore del duemila sta tutto nel suo tablet ma è la liberta di spengerlo che fa di lui un vero esploratore. I panorami, le città, i contesti, i rapporti umani, gli ospedali, le metropolitane, appaiono agl occhi per come li si imterpretano, per come vogliono esser sentiti, per come ci attraversano e poi ci lasciano. Se potessimo cambiare il nostro punto di vista come si cambiano gli occhiali, probabilmente non esisterebbe piu la paura.

Senza uno scopo la liberta diventa vertigine, ma solo per chi non sa maneggiarla. Ad esempio la funzione e l’uso di un oggetto per il quale è stato creato non è la sua fine, ma solo l’inizio della sua discutibile bellezza. Qualcuno puo chiamarla estetica pura, per me è la precisa sensibilita di andare aldilà dell’ovvio e sprofondare nel morbido sotteso. Il territorio totale.

Lasciare! Lasciar andare. Ricordo queste parole tra le strade scoppiettanti dell’India. Ricorda Elia, chi viaggia non scappa mai. Semlicemente si allontana per comprendere e ascoltare dal fondo della superficie quello che l’istinto gli dice: la verità. E torna nuovo. Lotta. Rivoluziona. Affina e crea un nuovo punto di vista mai inventato prima. Tanto di quello che è stato scritto con cuore non è stato inteso nel momento in cui è stato pubblicato, i sentimenti, quelli che non hanno bandiere da sventolare hanno spesso bisogno del battesimo del tempo per tornare a galla in qualche petto che osa, ed è sostanzialmente questo che rende chi scrive un malato cronico di precariato e spinta creativa: l’attitudine a perdersi, a creare isole da dove gettare telescopi per stelle polari mai scoperte, questa oasi nel deserto di svaghi e tentazioni sono l’unica meta che ci tiene svegli quando cala la notte e il sonno non arriva prima del giorno.

Tieni presente Elia che il vero scrittore non si preoccupa mai dei suoi lettori ma soltanto del suo manipolo d’idee allo stato brado a cui dare corda, tetto, cibo, è con quelle che abita per strappare al buio della sorte un po di chiarore da restituire al mondo su cui passeggia, questo è il suo senso, questo è il suo rinascimento. Il resto lo fanno l’attualità, le news, il piacere, la velocità su cui invecchiamo. Quello che spero di fare qui è di toccare il bordo dell’informazione per scavalcarlo e riportare un po di voce che questa terra, nell’infinito del suo brodo di galassie, e da miliardi di secoli, emana senza grande fortuna. Ardito? Forse. Ma cominciamo dal piccolo: Buenos Aires. Come posso trascrivere la grandezza sentimentale di una città di quasi 3 milioni di abitanti dal piccolo punto di vista che mi riassume quasi intimidito?

Sono passati sette anni dall’ultima Buenos Aires in solitaria, e dio quanto è ancora sexy, sfacciata e soavemente rozza nel rubarmi suggestioni senza paragoni, quindici ore d’aereo e quel gennaio che fa rima con inverno d’incanto grida estate, afa, Fernet, parrillada, Carinival, fine delle scuole. Poso lo zaino in ostello, la mia è una camerata da sei in un logoro edificio del 1920 che una volta era convento per immigrati mercantili, il vecchio ferro battuto dell’ascensore a griglie si slancia per sei piani in una sinfonia di parquet scricchiolante e quadri usati concludendosi in un terrazzo dov’è stato ricavato un piccolo chiringuito che svetta senza pretese nel quartiere storico di Monserrat. Il martedi assisto a una piccola classe di tango di sei persone, la luce filtra il legno antico del piccolo attico che si propaga come un albero tra i mattoni intrecciati di calce sbadata, il tenue profumo di Quilmes e tizzoni spenti sul balcone si propaga nella corte in un andirivieni di controluce, ghisa e tavoli di castagno. Nuvole riflesse e lingue anglosassoni. Il suono delle dita scalze nell’atrio s’intarsia di Milonga a violini e tutta la stanza risuona come fosse sospesa su via Yrigoyen 855 e il suo aroma di traffico sbilenco. Buenos Aires è in fondo una capitale europea, fosse solo per i suoi numeri civici del tutto assenti nel resto del continente latino! Un po’ Lisbona, un po Parigi, un po’ Milano, un po’ Beverly Hills. Cosmopolita, Invadente e sempre sveglia, ma facciamo parlare il cuore.

Dalla mia base attraverso Avenida de Mayo a piedi. Ho deciso che questi e solo questi arti saranno il mio unico taxi per i prossimi giorni. Nelle orecchie ho “Te lo leggo negl occhi” nel mio ventre il bene per questo paese. Lungo la via negozi, edicole aperte, grandi marciapiedi, biciclette dimenticate e nessuna segnaletica di parcheggio, l’attenzione sceglie e si sposa ovunque la storia sia sopravvissuta alle multinazionali e allora quale miglior modo per conoscere le tradizioni di un popolo iniziando da un supermercato locale? Entro nel primo e subito scaffali limpidi di yerba mate e thermos, marmellate Cafayate e Dulce de leche, Vini Patagonici e Chimichurri, empanadas e choripan riaffiorano in me i profumi tipici dei viaggiatori passati da qui almeno una volta. Esco camminando di quei pensieri vuoti che contengono meteore di pienezza e leggerezza di chi vagabonda incantato nella sua solitudine, la lunga Avenida sfocia in quella che gli Argentini chiamano “Casa Rosada” per via del suo colore, la piazza pulita e il cielo limpido non scalfiscono di un grammo l’incredibile senso di battaglia e disperazione che questo luogo di passaggio trasmette con le sue croci bianche al centro dei giardini qua e la per la piazza: sono le croci piantate dalle mamme che hanno perduto i loro figli in quella ditattura firmata Videla e che ancora oggi, a quasi 50 anni di distanza, reclamano giustizia.

Le barricate mobili dei poliziotti sono disposte a circa cento metri dai cancelli piombati dell’entrata del palazzo residenziale del presidente in carica, lenzuoli di protesta addobbano la luce invecchiata che respira nei messaggi disperati appesi qua e la alle recinzioni. Qualche palma di sessanta metri, i turisti ed iphone, i militari in congedo, i clochard che spingono niños e carrozzine, i dirigenti di corsa con mate fumante e l’atmosfera serena di un presepe a grandezza naturale non cede un attimo di calma all’immaginazione che si spinge fitta in ogni mattonella su cui una madre si è chinata a piangere e disperarsi per quel figlio mai tornato. Tutto questo rimane e imperversa come un (vicolo) cielo dove passano nuvole e soli, ma dietro il quale, nessuna apparenza potrà mai zittire i tristi campanelli di dolore che questa piazza risuona, qui ci si ferma ad ascoltare in silenzio e non si trova sollievo.

Passa un ora da quella panchina e mi ritrovo completamente sudato, lascio i venditori di mais a brucare i piccioni indiscreti e imbocco via Florida, la famosa calle è tutta pedonale e si estende per non meno di due chilometri di negozi chiappa turisti, è la via dello shopping e i condizionatori appesi sugl edifici circostanti sputacchiano le loro gelide gocce sulle teste dei passanti in un clima surreale: i trenta gradi di questo agosto capovolto dall’equatore e allo stesso tempo sbucciato dalla piacevole scorza artificiale che questi diabolici arnesi fanno piovere sul fiume delle teste sottostanti: manco fossimo nella “Ushuaia dei poveri” dove il tempo cambia ogni mezzora penso. Lungo la strada elegante i chini pultiori di scarpe scelgono il loro grasso migliore per la pelle di stivale che gli presta attrazione, le edicole annoiate parlano Italiano con le loro riviste di Gossip dal sapor di “Gente & Novella Duemila” le voci ora soffuse ora decise dei cambiatori di “Plata” appoggiati ai muri dei centri commerciali ottonati gridano sottovoce scegliendo tra i visi facili di turisti in cerca di occasione: <<Cambiooo! Dolareeees! Euroooos! Reaaaales!>> Tiro dritto, e la policia è li, onnipresente e gradevole, sciancata fino a sorridere tra un pokemon e l’altro, proseguo avanti e l’impronta lenta di questa silenziosa marcia di persone, scivola consumata nel consumismo spento, mi siedo, scrivo frasi che abbandono in una Cerveceria Porteña e tutto diventa un architettura, le puntate della mia vita si rincorrono nell’indifferenza dei fantasmi che l’attraversano, alzo lo sguardo e dopo i miei occhiali, i palazzoni anglofoni dalle porte finestre senza persiane ingombrano il cielo che si sfilaccia di raggi e strisce di sottilissima polvere, tetti ora a candela ora a cupola in pietra opaca si snodano alti sulle balaustre oscure che affacciano lunghi vetri senza visi riflessi come in una Francia mai inventata, piu in altro, l’oro nei pinnacoli dei palazzi stretti nelle intersezioni s’appoggiano a grattacieli moderni mai significanti, quasi londinesi, mai degni d’un sussulto, mai dominanti. La chirurgia plastica nelle signore Argentine si fa notare e la metropoli dai numerosi centri pulsa impassibile nei gorgheggi dei cotorras appollaiati a tutto cio che è si colora di nautra, i continui cantieri di una barrio in fermento di lavori perforano l’asfalto con martelli pneumatici, ora pace, ora fischi di freni di autobus con gente in fila a fare il biglietto.

Proseguo in direzione Retiro, la piu grande stazione di bus a lunga percorrenza dell’intero Sud America, le tempie mi pulsano dall’afa e nonstante i grandi gruppi bancari abbiano acquistato i piu bei edifici barocchi della città l’anima immigrante resiste di una colorata identità che si strugge in un borbottio di baraccupole a griglie metalliche e tetti in legno corroso, man mano esco dal monumentalismo del centro per incontrare sempre piu sporco, sempre piu venditori ambulanti, sempre piu povertà, abbasso la testa tra le chiacchere invadenti in qualche chiosco acciaccato, penso senza una fine, niente disturba le mie trasmissioni, le mie cerimonie tra quello che immagina questa gente e quello che vedo io, chiudo le narici per evitare gli sbuffi non proprio ospitali delle pozze stagnanti lungo il cemento bucato di Retiro, ma i cartelli delle vie mi ricordano Montmatre: un inconsueto mix dove cervello e occhi giocano a darsi lenza. Non ci sono vincitori. I semafori pascolano tra l’incroci dove sfrecciano taxi ora ocra ora neri: è la mitica Fiat Siena fabbricata in serie solo in questo continente. La vegetazione di un giardino pubblico a San Martin e i suoi alberi centenari mi rammentano il futuro sulla mia agenda vuota verniciata a nuovo. So di non essere in vacanza ma neanche a lavoro e se qualcuno me lo chiede, dico solo la verità: svolgo un reportage sulle Ande con l’aiuto di alcuni sponsor.

Passeggio in questa nuova abitudine e lo shuffle scrolla note folk su una stradellina ammobiliata di panche e vecchie immagini de La Pampa, osservo gli Argentini a: pantaloni lunghi, calzini e scarpe con trenta gradi e mi balza in testa l’Australia: a quanto in luoghi cosi lontani è solo l’evolversi della storia a dare carattere alle tradizioni di una colonia che diviene popolo. Uno sciame di turisti interpreta mappe oblique all’entrata della metro, mi fermo come assorbito dall’ondeggiare della mia solitudine violenta e inoffensiva, la interrogo senza parlare ma con premura, come fossi una rondine su un filo, immobile e senza rotta. Questi sono i giorni dell’intro zitto, della fronti sudate, dei bucati, delle biro che progettano e cancellano geografie, della preparazione, della lettura, dell’ingeniuità, dello studio prima che i compagni mi raggiungano e abbia inizio l’impresa vera, quella delle interviste, dei doni, della montagna ruvida e nuda, forse come non l’abbiamo mai vista.

NL

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