Ciao bello mio, ricordo quella parte di vita in cui truccavamo le nostre Grazielle con una scheda telefonica della SIP per sfrecciare nell ora del silenzio e far impazzire tutto il campeggio, i telefoni non erano ancora cellulari e quelle cabine pubbliche a fianco della reception in legno erano le nostre bombe per i nostri cari nascondini: quanti scherzi telefonici con quelle mitiche “pagine” bianche, gli sms ancora non c erano, ho in me quelle sere d’estate dove le cicale sfrigolavano l’aria e la sabbia toccava l’asfalto, l’aria era salata, i barbecue scoppiettavano nelle piazzole, qualcuno scendeva dalla pineta in mutande per farsi una doccia, tutto era aperto e il campeggio per chi non fosse mai stato abituato appariva piu come un grande condominio disteso che come un luogo di vacanza privato con bagni in comune, la gente scodellava piatti ai lavelli, in costume, le televisioni battevano il tempo con i loro telegiornali, non c erano mai tetti quelle estati, solo teloni e tende, e fiori, cicale, aghi di pino, api, ghiaccioli, i soldi della nonna per il gelato, i cinema sotto le stelle, l’afa, i cicloni, persone che passeggiavano, giocavano a carte, ricordo ora e sempre le albe in cui ci appostavamo aspettando il camion del latte per rubare una bottiglia e bersela al mattino in spiaggia, dietro la staccionata, di fronte a quel mare piatto e fermo tipico del delle prime ore del giorno. Ricordo quando costruimmo il catamarano con due tavole da surf rubate di notte al campeggio degli svizzeri, ci montammo in mezzo una rete matrimoniale da letto, la inchiodammo bene con dei chiodi rugginosi, e per vela mettemmo tre sacchi della spazzatura per prendere il largo: per arrivare dal campeggio al mare eravamo in 11 a tenere in aria quel trabiccolo sulle spalle, ricordo le facce della gente che vedeva passare questo mostro di ferri e tavole nemmeno troppo sconclusionato, era uno spettacolo. Quando arrivammo al mare, la gente non ci credeva che non ci fosse nessuno a fermarci, da che si doveva andare in 5: io, te, Tony, Medu e Maio, prendemmo il largo in 11, volevano salire tutti e il bello fu che per un po quell’ aggeggio resse, ma dopo poco prendemmo talmente tanto il largo che non riuscivamo piu a tornare indietro verso la costa, c’era un sacco di vento e mi ricordo che mentre gli altri cominciavano a disperarsi, noi ridevamo come  matti, incuranti della marea, del pericolo, complici nel pericolo, della distanza che pian piano si allungava verso il mare aperto, poi come fosse l inizio di un nuovo gioco, ci guardammo come se ognuno osservasse uno specchio, prendemmo e ci buttammo in mare, appena gli altri videro che nuotavamo ridendo e che eravamo sempre piu lontani, tutti cominciarono a gettarsi seguendoci senza piu paura, il catamarano affondò quasi subito, e sono sicuro che è ancora li sotto a qualche profondità, incagliato, proprio come me in questa perdita di cui non so vedere il futuro ma ho ben presente il passato. Ricordo quell’acqua salata in bocca, i nostri piedi scottati al sole e dai quei calci al pallone che non finivamo mai di calciare, tutte quelle estati passate a mangiare a scrocco alla pizzeria pista di pattinaggio a follonica: prenotavamo sempre a nome “Proietto”, il bello di quel posto era che si ordinava, si aspettava a un tavolo in pineta e poi ti chiamavano al altoparlante per dirti che la tua ordinazione era pronta, dopodiche prendevi la pizza e la mangiavi al tavolo. Fossimo tornati una volta a pagarne una. Maledetti teppistelli bastardi. Eravamo troppo svegli in quella citta che dormiva, la Follonica di quei fine anni 90 era ai nostri piedi, potevamo fare tutto, e persino i soldi erano superflui, ma non era questo il punto, avevamo relazioni dirette, vergini, dal vivo, ogni sera, ogni giorno e tutta la nostra comunicazione, la nostra giornata passava da quello che tutto il nostro corpo comunicava all esterno, non c era internet a mettere filtri e dare velocità a quei rapporti, c erano odori, superfici, sfumature, sapori, rumori a rendere quel mondo fluido e reale e non astratto e falso come oggi accade, con la paura della gente dello sconosciuto, con le persone in silenzio sui treni, con persone sempre piu chiuse e incapaci di relazionarsi.  DSC00552Ricordo quando ci cappottammo a tutta velocità con il pedalo a quattro posti del mi nonno, ricordo quando quelle palle di serate col liscio al campone diventavano l occasione per organizzare gli scherzi piu stronzi alla gente che andava a ballare il liscio al campone: al pieno della serata, arrivavamo di nascosto con le nostre belle Grazielle riverniciate e “prese in prestito”, staccavamo il generale della corrente di tutti i lampioni della pista e giu il buio, quei secondi prima di farlo era il riassunto di tutto quello che significa essere giovani: fiducia, fantasia, istinto, entusiasmo, complicità, rischio, naturalezza. Tutta l’emozione e la ragione era nelle nostre facce prive di responsabilità e esperienza, non esisteva dire no a una nuova cazzata, a uno scherzo, a un pericolo, era la sensazione di non tirarsi mai indietro a far correre veloce i giorni, le estati, non si pensava a nessuna conseguenza e ogni novità della vita era amplificata nell essere branco, amici spensierati. La tua energia era gas puro, vivevi nel presente senza farti schiacciare dai problemi, anzi, se non ne avevi, ne avevi bisogno per sentirti vivo, la parola d ordine era fantasia, questa era la tua dote, la tua disinvoltura che mi ha sempre ispirato. DSC00527Ricordo quella gente che nell’oscurità bestemmiava cercando di non cadere muovendosi al buio mentre gli avevamo tolto la luce, le nostre grida di vittoria mentre schizzavamo via con le bici, non c’erano ancora i computer, ne internet, e le canzoni italiane erano ancora in stragrande maggioranza alle radio, le mamme sorridevano andando in spiaggia dopo pranzo, e le nostre estati insieme erano ancora lunghissime e serene, ricordo intere notti a montare sui gazebi di quella pista da ballo sgattaiolando via dalle roulotte con tutto il campeggio a letto, noi ci arrampicavamo fin lassù solo per starcene in silenzio a fissare quel cielo fantasticando il futuro: l’abbiamo consumato a forza di stelle e magia. Immaginavamo come saremmo diventati un giorno, tra una risata e l’altra, quell’universo era la nostra tv dove passavamo lunghi silenzi a contemplare i confini di dove iniziavamo noi e finiva lui. Ricordo le gare di sgommate co’ i ragazzini della pineta in pomeriggi polverosi e deserti con 35 gradi all’ombra, i nostri gomiti sbucciati, i cerotti: quella pista di cemento era piena ogni giorno di virgole e segni di noi che passavamo pomeriggi interi a sterzare in circolo come criceti. Ricordo quando una sera rubammo 4 carrelli della spesa per andarcene in giro per la follonica addormentata e i carabinieri a inseguirci, ricordo tutte le giostre al luna park dove tornavi sempre con un premio. Ricordo quando ti ho fatto lo scherzo del preservativo non lubrificato.. E tu ti sei ritrovato con questa tizia in mare aperto, in un canottino, nudo a mandamme a fanculo come dicevi sempre tu perché quel coso non ti entrava! Quante risate che ci siamo fatti da allora ripensando a quello scherzo! Io non la so raccontare come te, ma la tua faccia è dentro me e parla ancora senza tradurre quello che sento. Mi manca la tua imprevedibilità nei tuoi discorsi, quella semplicità struggente che solo chi ti conosceva appena scambiava per banale, il nostro rapporto non aveva spettatori e i consigli, questa nostra diversità era cosi evidente che pareva proprio essere un punto di forza per entrambi, se io vedevo una soluzione a un problema tu ne avevi almeno altre tre molto piu pratiche e coerenti, non hai mai avuto paura di vivere la tua vita con coraggio, senza ipocrisia, tu non speravi, non attendevi la vita, la combattevi con una gioia di vincere che ti teneva sempre sul pezzo. Questo, insieme a questi bellissimi pezzi di vita me lo hai lasciato tu, parole, abbracci, strette di mano, sorrisi, niente di tutto quello che scrivo o ricordo è la verità profonda, quello che viene fuori quando mi manchi è la superficie di ciò che non so dire e tradurre, pero sento, percepisco, intuisco tutto il significato che mi hai lasciato addosso, ed è mio, personale e unico, come un rapporto che ha perso un interlocutore che risponde, parla, si entusiasma, si emoziona, sono sicuro che anche te, ovunque sei è rimasta questa intimità, questa memoria indissolubile della nostra amicizia che ci farà riconoscere ancora in quest universo, saremo diversi certo, ma oltre le emozioni c è qualcosa che non si perde mai, ed è l’anima che non ha tempo ne spazio, esiste imperscrutabile. Non la fede, ma il mistero mi da forza sapendo che prima o poi arriverà quel bellissimo giorno.foto 047Ricordo quei pomeriggi alla tua roulotte che quando perdevi una partita su cento a Iss Pro e t’incazzavi come una scimmia! Che soddisfazioni, quanti tornei, campionati, in compagnia della nostra giovinezza su quelle manopole sony, ricordo i giorni a pesca agli scogli di Pippo con patelle e bavose, le nostre chiaccherate delle nostre avventure notturne, (le tue anche diurne! Un mito!) Le gare vinte dei castelli di sabbia, le chiaccherate, gli affari con i Vucumprà sotto la rampa in legno del bar, i secchielli pieni di granchi, i minigolf in centro a follonica, ricordole serate a ballare al tartana, a grosseto, a marina di campo, a portoazzurro, a Castiglione! Che bella squadra di amici che eravamo, a un certo punto si rimaneva sempre in due, perche tony era infognato a chiedere al borto come facesse gabry a cuccare quella che gli piaceva a lui, i maio era dato per disperso, i medu lasciamo perdere con quelle sue gare.. e gli altri al tavolo con le briscole, avevi una marcia in piu con le donne, tutta tua, cosi diversa da me, da tutti noi, era come se dal punto dove arrivavamo noi cominciassi tu in quella forma di uomo adulto e bambino che non ti ha mai abbandonato. Eri un caso unico e bello caro amico mio. Nonricordo un solo litigio in 25 anni di amicizia, litigi seri dico, di quelli che nelle piccole amicizie creano poi un alibi ad entrambi per perdersi nel tempo. Ecco non era il nostro caso. Ricordo pero i fortini che costruivamo vicino al bungalow verde abbandonato su per la pineta, era tutto un groviglio di ordinata spazzatura gentilmente offerta dagli scarti della discarica fuori dal campeggio, ricordo il sorriso dei tuoi e quanto era bella la tua famiglia allora, era un godimento stare con voi anche solo 5 minuti a parlare del piu e del meno tra un gelato e l’altro, in costume. Il sole era gentile ed era bello vedere le nostre verande montate, il tavolo per il pranzo sempre occupato da qualcuno, un caffè sempre pronto, persone spontanee, genuine, senza mezze parole, ricordo le partite in spiaggia coi babbi e quei giugno luglio agosto a giocare a tedesca in acqua ogni santo pomeriggio, quante pallonate a quelle poere signore, quante litigate a ferragosto, pietre, bastoni, ombrelloni, ceffoni, ciabatte, secchielli, o quante ne abbiamo scansate e prese? ..e noi amici sempre a fianco. Ricordo la sera in cui ci vestimmo tutti da donna e il cariaggi si ruppe un dito e finimmo all ospedale di massa marittima conciati, truccati, imparruccati da battone, ricordo i gavettoni con la sistola alla gente a rigovernare i piatti in campeggio a mezzogiorno. Ricordo che provammo tutte le coppe del caribia senza pagarne neanche una, un record assoluto, tu ci andavi pure da solo e a volte quando me lo raccontavi faceva ancora piu ridere, facevi proseliti da quanto gusto e soddisfazione ti dava un bella coppa di gelato al caldo d’estate, persino con me che non mi ha mai fatto impazzire, ci sembrava che la vita fosse solo li: in quel contrasto di piaceri in cui bene e male navigavano dolcemente nella morale liquida delle persone che stavamo diventando (senza accorgersi del tempo che gia corrreva). Che pranzi che facevamo. Ne ricordo uno di ferragosto in cui ci lanciavamo le angurie, le uova in piazzola dai miei zii, non c’ erano regole e non ci importava niente del giudizio degl’altri. Ora invece si mangia tutto di fretta, come se anche le emozioni fossero li, da asporto.Ricordo quando ti sei capovolto in aria di domenica sera in bici in mezzo alla passeggiata perché ti entrò il maglione che avevi legato al manubrio nella ruota davanti, ricordo quando partimmo senza macchina per l isola d Elba, senza aver prenotato niente, senza apparente direzione senon quella di arrivare li e.. Arrivare li. Il resto non c interessava. Ricordo quando con le mini moto godevamo come pazzi a sorpassarci di qua e di la in quella pista dell’ elba, a fine ci s aveva le scarpe tutte consumate da un lato a forza di piegare sempre da una parte, ma ricordo anche mentre guidavo e piangevamo in silenzio nella strada per il funerale di Gabry a Firenze, avevamo 19 anni e su alla radio passava “Sarà un bel souvenir” di Ligabue. Fu come salire su un ring a mani spezzate. Ricordo le biglie, le piste, sulla spiaggia, gli anni con le pistole a pallini, le mitiche condor, ricordo quando nascondesti la macchinetta dei preservativi nel fossetto aldilà della rete del campeggio, vicino alla ferrovia, fu un gran colpo, avevamo 13 anni e cinquecento preservativi nascosti! Dio solo sa se ce ne è rimasto uno in quel buco. Merito tuo. Poi ricordo i beach party spalla spalla, tu sempre lucido perfetto centrato sul tuo obbiettivo io invece perfettamente sconclusionato, ma dio santo quanto ti piacevano le donne, era la tua bellissima malattia, eri incondizionato, davi a chiunque come una mitraglietta del tuo, nostro grande Re Leone! Ricordo poi le notti horror del venerdi sera quando alla veranda della mi nonna, verso mezzanotte ci ritrovavamo tutti a vedere alla tv il primo nightamare e non riuscire piu a dormire, ricordo poi quell albero di mele, dove ti sei voluto arrampicare per forza tu per prenderle a tutti noi, non ti accontentavi delle prime che trovavi, erano troppo vicine alla strada, troppo mature, troppo vicine alla polvere dicevi, cosi ti arrampicavi piu su, per prendere quelle piu in alto con il bacio piu caldo del sole. Non c era verso di fermarti. Poi un ramo si ruppe e facesti un volo di tre metri in quel fosso: sparisti in quella macchia di grano ambrato e tornasti su, d’oro e sorridente con le mele in mano e il tramonto alle spalle, come se niente fosse: a ripensarci oggi mi sembra la metafora della tua vita.foto 031Ricordo poi tutta la vegetazione intorno al campeggio che a noi sembrava cosi misteriosa e insuperabile, e che da bambini ci chiedevamo cosa ci fosse oltre, vorrei adesso avermelo tenuto piu stretto quel mistero che adesso la modernità, l’urbanizzazione ha banalmente svelato. Non c e piu incanto. Ricordo le nostre uscite dal campeggio in macchina con la mitica polo nera del borto, si andava a giro sempre tutti insieme la sera, solo boys, una sera ci siamo pigiati fino a 11 in quella macchina per andare a puntala della pescaia, altri tempi, (meno regole piu buonsenso) i bagagliaio toccava sempre a me e te perche gli altri non ci volevano stare, e invece io e te stavamo larghi mentre gli altri non respiravano, ricordo le sere in cui invece eravamo pochi e andavamo in direzione di castiglione della pescaia e al pomeriggio preparavamo quella schifezza nella bottiglia pieno di ketchup benzina, coca cola, olio e tutto quello che di piu unto si poteva trovare nel frigo dei nostri cucinotti, eravamo degli stronzi, l’estate era sempre il nostro luna park, ci bendavamo la bocca e partivamo con la polo nera nella notte, poi appena trovavamo il bersaglio giusto, al primo stronzo che vedevamo tutto rinfighettato per andare in discoteca (ed erano l’ estati dei Blue, dei Venga Boys, barbie girl, dei pantaloni bianchi) ci avvicinavamo tiravamo giu il finestrino per chiedere un informazione e giu una secchiata di quel liquido immondo… Maiala come pestava i borto quando c era da scappare, ricordo cha passavamo ore a discutere dell obbiettivo giusto, veri dibattiti in quella macchina, si partiva sempre in totale disaccordo e si finiva con l adrenalina a mille a ridere come coglioni di altri coglioni. Pero l’obbiettivo piu bello che mi viene in mente fu quello tutto vestito di bianco vicino al Puntone: ci rimase cosi male che non riuscì nemmeno a mandarci a fanculo, che pezzi di merda… Ricordo che in un area di 30 km quadrati stavamo ore e ore in macchina a girare senza meta e quei finestrini erano sempre aperti, passavano le cassette dei queen dei green day, degl u2, dei guns, e non c’era mai nagiornata storta quando eravamo tutti insieme in quella macchina, la campagna fuori da follonica era bellissima a ogni ora, l’aria era salmastra ma si mischiava di grano secco e ulivi scossi dal vento, c’era già l’infinito in quel momento e noi gli passavamo accanto come parte di una piccola storia. Adesso di quell amici c è rimasto poco. O meglio sono rimasto io, visto che di quel gruppo non c e piu nessuno. Ma cerco comunque di non perdere Toni che vive in irlanda, borto che ha la sua famiglia e uno splendido bambino a le Sieci, Gabri che non dimentico mai di ricordare e i maio che fortunatamente vedo spesso. Quei tempi sono stati tra i migliori che abbiamo vissuto, anche tu me lo dicevi sempre e questo ancora oggi mi riempie d’orgoglio. Ricordo poi quando a volte al campeggio diluviava cosi tanto che una mattina ci videro passare dalla strada del bazar su un canotto a remi da quanto era allagato, l’avevo sempre sognato. Ricordo quella partitella sulla spiaggia al piccolo mondo quando il borto ruppe l unica e microscopica finestrella su una parete alta 30 metri: fu un tiro eccezionale supero la rete di protezione perfettamente nel punto in cui si affacciava la finestra della grandezza di un pallone, un tiro lentissimo a palombella, altissimo, un centro perfetto perché la finestra venne giu in uno scroscio di vetri, nessuno ha mai pagato per quella finestra perché corremmo più veloci del proprietario, avevamo polmoni e ignoranza, i nostri cuori salivano di fiato in gola, non c era che quella purezza intraducibile di scatto, freschezza, estate. E quante sfide da allora, ai vari acquapark, ai campino di terra al ville degl ulivi, al santini. Eravamo ragazzi come tutti gli altri eppure quest amicizia non è stata mai banale, mai scontata, mai falsa. Ci godevamo ognuno gli scherzi dell’altro, senza mai pensare troppo a tutto quel tempo insieme, non c era spazio per le spiegazioni, a noi piaceva viverci, crescere insieme e questo era tutto. Ricordo di quando ti ho visto arrivare la prima volta con quella macchina, la opel corsa rossa tutta modificata da te con alettoni, neon, musica, play station incorporata nello stereo, eri uno spettacolo, eri te, era la tua, ricordo la tua faccia che mi spiegava le rogne con gli sbirri di roma e l’entusiasmo, il luccichio dei tuoi occhi mentre coccolavi quel tuo piccolo sogno diventato realta, ricordo quando al circo del Tahiti ci nascondevamo sui pini a lanciare il ghiaino a quelli sotto cercando di fargli perdere il filo dello spettacolo, o quando discutevamo di calcio davanti a un succhino di frutta e una fetta di pane con olio, pepe, aceto e pomodoro, ricordo quando ci trovavamo tutti i giorni ai bagni per improvvisare la serata, o quando scavalcavamo il corridoio dei lavandini per tirare le secchiate a quelli che cagavano in bagno, ricordo della doccia con i buchino che ti eri fatto, ma soprattutto da dove si vedeva tutto e mi raccontavi di chi avevi beccato, o quando prendevi la sistola e sparavi l acqua fredda da sotto la doccia al povero borto che gia cominciava a portarsi il telefono sotto la doccia. Quante ne abbiamo combinate, i guardie e ladri a ciclo continuo a nascondersi insieme nei bungalow abbandonati, sui tetti dei bagni, delle docce, ci arrampicavamo tra i tubi dell acqua e ce ne stavamo lassu a goderci lo spettacolo di tutti che ci cercavano, ricordo quanto eri fiero di tua sorella gia da allora, la vedevamo crescere velocemente ed era stupendo godere di questa piccola donna che era gia molto piu matura dell’eta che aveva, era il tuo punto di riferimento, il tuo cuore, un rapporto, il vostro da starsene li a guardarvi senza rendersi conto del tempo e dell’amore che un uomo puo provare per sua sorella: immenso. Di queste storie quotidiane, ricordo quel ferragosto in cui facemmo a manate in quella maxi rissa in spiaggia al bagno eden, eravamo una marea con il secchio in mano, tutti ragazzini, e quel bagno era l’unico e ultimo posto dove c erano rimaste persone da schizzare, che ovviamente non volevano essere bagnati, oltre quel bar la spiaggia era improvvisamente vuota, ricordo che ci siamo fermati battendo i secchielli all’unisono in segno di caricaaaaaaa! Tutti li davanti, disposti, pronti e una nuvola di gente con in mano borse cellulari e giornali che scappavano dentro al bagno a ripararsi, avevamo i secchielli presi in prestito al bazar del campeggio, (nemmeno quelli pagavamo) cosi cominciammo a battere piu forte le mani sui bordi, e visto che nessuno si faceva coraggio in quel caso lo acciuffai io, presi l acqua e cominciai a correre da solo verso l entrata, d un tratto un vecchio invece di scappare insieme alle grida generali si mise sull entrata pronto per essere schizzato, e lo schizzai. E non fece discorsi, mi tirò un pugno quasi in faccia e crollai a terra, ma non feci nemmeno in tempo a chiudere gli occhi e cadere che sopra di me una falcata di gambe mi saltava a pie pari, fu una scazzottata incredibile, avevamo sedicianni, ricordo pigliasti du pizze ma rendendogliele tutte, ricordo gabry che mi portava via, tony agguantato da un panzone. Un contesto di adrenalina e incoscenza che tutti i ragazzi vivono almeno una volta nella vita. E tu eri li. Con me. Ricordo i giorni dell’europei di calcio e pallavvolo al bar del campeggio, i mondiali del 94 del 98 e tutti quelli europei dopo, le serate a ballare con quei gruppi olandesi sotto la pensilila di canne al bar, le docce che se potessero parlare ci sputtanerebbero a tutti, le mattine in cui arrivavano i bomboloni caldi e tu li in prima fila, sempre fresco come una rosa, acceso, sempre positivo, sempre avanti a ingozzarti senza fondo. Ricordo tutti gli anni in cui sei venuto a Follonica per l estate e tutte le volte che mi sei mancato da morire e non ci siamo sentiti fino all’ arrivo di Facebook. Pensa, ma ce lo siamo gia detti, sei stata la prima persona che ho ricercato. Ricordo le discussioni invece che facevamo su Luciano e che poi riprendemmo per motivi diversi molti anni più tardi: la follia di lucià per tua sorella ahahahah! Impensabile per entrambi, ricordo che me ne parlavi come se capitassero tutte a te con la tua tipica simpatia spontanea, romana, che riusciva a sprizzare positività ovunque anche in una situazione paradossale come quella, era un argomento che proprio ti rendeva perplesso, quasi incazzato, ma sempre con un sorriso tra i denti. Ricordo la tua faccia sulla serata che avevi appena trascorso al campeggio con la sara o vanessa di turno, i tuoi dettagli, ricordo quei settembre quando finiva l estate e il campeggio si svuotava e rimanevano solo le persone come noi che lo abitavano davvero, ricordo come mangiavi, divorando ogni cosa, quasi senza masticare, eri impensabile. Ricordo quella serata di quando volevamo entrare all acquapark di nascosto, e facemmo tutta quella strada a piedi nell pineta di notte senza una luce e che poi arrivati li c era da sollevare la rete per passarci sotto, e tutto andò bene finche non passò il borto che si fece scuccare, partirono ad abbaiare i cani e una luce ci puntò dritto in faccia, che fuga anche quella notte! Ma il bello è che quella fava appena tornati in campeggio si era accorto di aver perso il telefono mentre cercava di passare sotto la rete visto che il tel ce l aveva nel taschino della camicia! Erano le 4 del mattino e tornammo li piu silenziosi che mai, tutti insieme, non c era piu nessuno a controllare e non c era piu nemmeno il telefono, gli stronzi avevano lasciato solo il pacchetto di sigarette che era insieme al telefono. Ricordo anche di quando, sulla strada per grosseto, quel cretino in macchina cercava di spaventarci facendo finta, mica tanto, di venirci addosso con un suv e noi dentro la ipsilon di tony, quanto ci rodeva non fargliela pagare! Avevamo diciotto anni. Ricordo le spaghettate aglio olio e le seggiole gialle dei miei zii nel corridoi a neon dei lavelli a mano che rimanevano per tutta la notte con le luci accese, o di quella volta che trovammo quel lucchetto aperto e ci chiudemmo le cerniere di una tenda di olandesi a trombare e la mattina passammo di li cercando di non ridere forte a vedere quella tenda smembrata per uscire. Ricordo quella volta arrivati al campeggio del ville degl ulivi all elba dove dopo una mattinata tra traghetto e autobus, ci dissero che il campeggio era pieno, e allora senza sapere cosa fare e dove andare, senza pensarci su buttammo tutti gli zaini sul ghiaino davanti all entrata e come se niente fosse, prendemmo pentole e piatti e organizzammo una bella pastassciuttata alle tre del pomeriggio, li in strada, tutti abbiamo ancora le foto.. Ricordo le serate a scorribandare, sempre, con la Y10 a metano di tony in direzione mazzanta, le partite a bowling, i laser game dove mi stavi sul cazzo perche ti mettevi a fare il cecchino nascosto e non ti si trovava mai, ricordo le canzoni degl offspring e quanto t’ infamavo perche i piaceva Michael Jackson, ricordo quando ci bandirono per sempre dalla pista di go kart a vada perche il cariaggi dietro di noi, a tutta velocita ne distrusse uno, ricordo l’immancabile partita di calcetto di ferragosto e la nostra formazione tipo: chack palumbo in porta, io in difesa centrale, gabry e tony sulle fasce, te e il borto (mio zio) in attacco! Quando i tempi erano proprio in bona, anche alex e daniel si aggiungevano al quintetto: che grinta le nostre partitelle, sfidavamo chiunque senza possibilità di perdere! E tu non ti fermavi mai, non ti stancavi mai, non volevi mai uscire da quel campo. Questo era lo sport, le emozioni, il sudore che ancora vivo, conservo dentro di me ricordandomi chi sono e per cosa vale la pena vivere esserci, anche per te.
27-10-07 18.28.12 copiaRicordo quando parlavi della tua roma sguaiatamente, che diventava automaticamente la mia nelle mie immaginazioni di adolescente. Ricordo che un giorno prima di sera ti trovai al bar degli svizzeri tutto tranquillo a sistemargli le seggiole sul tetto del bar solo perche calippi e patatine a parer tuo e di tutti costavano troppo o quando senza troppi indugi e con una maschera addosso, che era la tua tranquillità, te ne andavi a zonzo sempre nel villaggio degli svizzeri sapendo benissimo che chiunque trovavano che non era del campeggio lo buttavano fuori, tu te ne infischiavi e andavi li ogni tanto a giocare a ping pong a mangiarti un gelato (senza mai pagarlo come cazzo facevi..) a rimorchiare o semplicemente in piscina, ecco per te, andare in piscina tra quei culi molli il pomeriggio prima del mare era proprio uno dei tuoi passatempi preferiti, non tanto perché ti piaceva prenderci il sole, startene tranquillo come tutti i cristiani, a te piaceva il brivido di non essere beccato e sbattuto fuori, era tutto un gioco che con te funzionava alla perfezione perche eri un giocatore eccezionale, ricordo invece la prima volta che mi ci hai portato e che hanno invece scuccato me con quel bagnino che mi rubò la maschera giustificandosi che noi li non ci potevamo stare, dovevamo andare e fuori e la mia maschera la prendeva lui senno chiamava i carabinieri.. Bel pezzo di merda. Avevamo 15 anni e non passo molto tempo prima di fargliela pagare a quel povero pezzente, l’opportunità ci venne come sempre dal mare, circa due gironi dopo quel fatto, ci fu una tipica tempesta estiva e il mare diventò marrone portando con se cavalloni alti 3 metri, vento rabbioso e legni, alghe di ogni genere ma soprattutto la riva era cosparsa di centinaia e centinaia di meduse moribonde, la spiaggia era deserta e il cielo cupo, torvo di nuvole, cosi in barba a tutta una spiaggia deserta gonfiammo il canotto, prendemmo remi retini e secchielli e cominciammo il giro sotto quel cielo oscuro e il vento sfrigolante. Eravamo io, te Gabri e Toni su quel canotto e facemmo 8 secchielli pieni di meduse, ci bastavano. Tutti contenti nascondemmo i secchi al Thaiti sotto il cucinotto della mi nonna e la sera prendemmo le biciclette fino al five star villaggio degli svizzeri.. Il resto è storia. Appena il guardiano parti per la ronda nel parcheggio, noi ci intrufolammo nell’entrata secondaria della piscina per svuotargli i secchielli di meduse nella tiepida acqua della piscina. Che bello fu il mattino dopo sul giornale. Nessuno lo seppe mai che era merito nostro. Ricordo la notte che passai da Roma, e nel cuore della notte salimmo su dai tuoi che si svegliarono, ricordo le loro feste, la tua casa, ancora una volta dopo tanto tempo, quella complicità, quel calore, che persone meravigliose. Ricordo poi l’ultimo ferragosto che ti ho visto, due anni fa, quei tempi erano passati e non facevamo più le estati insieme, avevamo un lavoro e la nostra, vita, le nostre abitudini, le nostre famiglie non piazzavano più le verande per la stagione e non avevamo neanche più la roulotte. Quell’estate eravamo gia grandi. Tu e Monia avevate montato la tenda in pineta accanto alla nostra, era successo quasi per caso! Noi ne avevamo montata una e ci dormivamo in otto con solo uno che pagava, mentre tu, eri super organizzato, avevi un materasso gonfiabile che era meglio del letto di casa, tavolo, ombrellone, frigo, eri l’immagine della tua idea di famiglia felice, guardavo te, guardavo lei ed ero cosi contento del vostro amore, della vostra felicità, c’era una elettricità che esplodeva quando i vostri sguardi si schiudevano, prendevano fuoco! E noi eravamo tutti spettatori. Furono pochi giorni fatte di quelle dolcissime abitudini che avevamo nel cassetto da anni, ma ricordo il solito pranzo meraviglioso dove tutto quello che arrivava dalla cucina volava da una parte all altra della tavola: spaghetti, cozze, calamari, vino, posaceneri, bicchieri, pane, era il nostro gioco per ferragosto, la nostra tradizione che insieme avevamo fatto partire quasi quindici anni prima, ovvero: il giorno di ferragosto, si mangia in costume al bar del campeggio e ci si tira tutto quello che si ordina dal ristorante senza mangiare niente. (E poi in spiaggia per i gavettoni) Sono contento che dopo tanto tempo sei tornato a goderti quel nostro santo Natale, sono contento per me che c’eri! Mancavi proprio! Ci sono ancora i video di quella sacrosanta devastazione sai? Un giorno li ritroverò! Ricordo poi l’ultima volta che ti ho visto, quando insieme a Ruggia, Stello e Stefanino stavamo partendo da Roma per andare a Belgrado e tu ci hai invitato da te a dormire la notte prima. Ricordo quella cena, quei momenti, quella tua aura familiare che cresceva e tu che mi raccontavi, mi facevi vedere, il tempo non si era fermato ma eravamo cresciuti alla grande, eri felice cazzo, la vita per la prima volta stava prendendo la piega che volevi dargli, avevi una casetta, una meravigliosa donna al tuo fianco, una famiglia di cui eri il principe e il lavoro che con il tuo ottimismo e la tua dinamicità non era un limite piuttosto un altra grande avventura. Ricordo i dettagli di quella terrazza, i tuoi cassetti, la tua cameretta, la tua quotidianità sparsa per casa insieme all’amore di una donna speciale, proprio come te. Tu non sei mai stato uno stinco di santo, hai vissuto l’istinto in modo puro e trasparente, eppure stavolta quell’amore tuo, ti stava riempiendo la vita, e l’impressione mia era che eri davvero, davvero felice. Sono sincero, quando su Facebook ho visto che avevi preso la moto, mi sono subito preoccupato, ho sbirciato le tue foto e.. Ti conoscevo, mi raccontavi delle tue esperienze in macchina, e non ero affatto tranquillo, anche perché cazzo tu non hai mai mezze misure, tu vedi la moto dei tuoi sogni e te la prendi, l’avevi sempre cercata.. non ti interessava imparare a guidarla, gli step intermedi, sei sempre stato tutto core! Per te era un fatto di emozione nuova, stare li in sella. Ma non penso che sia stata la moto il colpevole, tu eri cosi, e sarebbe potuto succedere mille altre volte nelle storie che mi raccontavi e che ti ho visto fare, eri innamorato del rischio ma non eri un incosciente, so benissimo che una moto del genere che esce da una salita e va a 90 all ora: tu, in quel momento, non sei nemmeno all inizio del dare il gas, sei poco più del minimo, anche perché nemmeno un impatto del genere, seppur incredibile, avrebbe fermato la tua vita, tu eri un gatto a sette vite caro manu, è stato il cuore, il troppo cuore, non l’impatto, ma la paura, il terrore di aver potuto uccidere qualcuno ti ha portato via da qui, questo è quello che penso io e nessuno mi farà cambiare idea. Io ti conoscevo. L’ho sognato il tuo incidente, ho visto i tuoi occhi dentro il casco, vivi, il tuo corpo a terra che guarda in direzione di quella persona stesa sull’asfalto, poi un secondo infinito dove la vita tra passato e futuro si mescola, tu che chiudi gli occhi dentro la visiera. Caro amico mio, dopo quel sogno non ho cercato piu di capire, ma ho sentito: conoscevo la tua pellaccia dura, la tua vita non è andata persa, hai deciso di donarla, ti sei arreso a quel rimorso, hai deciso di abbandonarla per paura di vivere con un morto sulle spalle e sei andato, nonostante quell’idiota sia ancora la fuori. Il tuo è un cuore gigante, e anche nell’ultimo atto di questa vita non sei mai stato banale. Ricordo il tuo funerale, le persone che non conoscevo, quella buca, la terra, il tuo corpo, le parole di tuo padre, nessuno credeva che stesse davvero succedendo. Ricordo le tue mani fredde, eppure, nemmeno da morto sembravi cosi morto, quella tua qualità di vita ti ha accompagnato anche in quelle ultime ore, nonostante tutto eri ancora tu, non avevi un graffio..Ho un solo rimorso, il fatto che dopo tanti mesi che ci sentivamo su Facebook, io e monia ti avevamo organizzato una sorpresa, esattamente per il giorno dopo l’incidente: dovevate venire da me in treno a Firenze, per due tre giorni, era tutto pronto, avevo prenotato il calcetto con gli altri per una partita insieme, ti avevo fatto il letto, avevo prenotato il ristorante, volevo parlarti delle opportunità di lavoro, farti vedere la mia casa, andare a farti provare la jeep tra le vigne, ma semplicemente stare con te dopo tanto, condividere con te casa mia. Ecco, ancora non capisco perché quel giorno, bastava tu fossi arrivato a casa quella mattina e io adesso avrei altri meravigliosi giorni che parlano di noi e della nostra amicizia speciale. L’ultima volta che sono stato a casa tua, per il tuo funerale, quella casa era stravolta, non mi usciva una sola parola rotta, monia mi ha dato una tua maglietta, che oggi tengo tra le mie, diceva che era una delle tue preferite, che la portavi sempre, io non la metto mai, la tengo insieme alle mie magliette, quasi in segreto come se un po di te, della tua anima fosse ancora li, a spargersi nelle mie abitudini.llll (4)Caro amico mio, bello de casa, come mi dicevi tu. Ci ho messo tanto a parlare, a dire qualcosa su quello che è successo, forse perché ho preferito sempre parlare a mente fredda, lontano dall’emotività per osservare il valore reale di una perdita, questo per vedere e provare quanto una persona possa mancare nella vita di tutti i giorni, noi non ci vedevamo spesso, anzi, pero c’era un rapporto cosi lungo, cosi spontanea e naturale che nemmeno il vedersi era cosi indispensabile, ci sentivamo, in tutti i sensi e la verità adesso è che tutta la mia Roma eri tu, tutto quello che amavo dei Romani eri tu, il mio unico vero amico romano, adesso quella mia roma è morta, tante volte ho avuto l occasione di tornarci e tante volte non c e l’ho fatta. Ma succedera amico mio, non so quando ne perche, ma da tutte le macerie, nasce sempre qualcosa di piccolo e inaspettato, e tu sei sempre stato un mago a metterci gli zampini. O’zompi appunto! In questo preciso momento mi accorgo della posizione in cui parlo, da vivo, ma un giorno non lo sarò più, sarò morto come tutti adesso sono vivi, e allora mi renderò dello strano equilibrio che c è, invisibile tra due persone che vogliono essere vicini ma che non possono fisicamente esserlo: chissà a quale velocità stai correndo bello mio, in quale viso, in quali gambe ancora oggi tu esisti. L’unica certezza che ho è che stiamo stiamo cavalcando due viaggi diversi, qui e ora, in mondi diversi, nessuno ha notizie dell’altro, siamo lontanissimi eppure non mi sento cosi distante da te, tu adesso stai scoprendo i segreti della vita, io qua la sto imparando amaramente a viverla. E andiamo avanti con coraggio allora, non guardandoci indietro mai indietro, nemmeno per prendere la rincorsa, perché sono sicuro che se è vero che il mondo non ha un inizio certo allora neanche la fine è cosi probabile. Tu avevi tatuato “CARPE DIEM” sul tuo braccio, cogli l’attimo amico mio, rendiamo il giusto valore alla vita e glorifichiamo ogni giorno, ogni istante che vale la pena di essere vissuto, anche per te, che te ne sei andato con questa lezione sulla pelle ogni momento attuale. Questa lettera è per te, ma anche per la tua famiglia, voglio che loro abbiano i tuoi, i nostri ricordi, quelli che condividevamo insieme nelle nostre belle chiacchierate, storie realmente accadute, la cui superficie potrà anche impolverarsi tra le maglie del tempo ma le cui profondità nessuno potrà mai scalfire, ne strapparci via. Ti voglio bene.Con il cuore e con la mente, Col passato e col presente, Oggi e Sempre. Tuo amico, Elo.
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